DA DOVE VENGONO I BAMBINI ?
Renata Barbieri
La psicoanalisi e la scienza, questo titolo
impegna molto poiché i due termini in gioco non si prestano a facili
ed esaurienti definizioni, soprattutto perché la nostra cultura è
intrisa dei loro effetti che toccano complessità cosi vaste
e delicate e nel parlarne si incorre con facilità in delimitazioni
tautologiche. Si può trasmettere la scienza, è possibile
parlare dell’inconscio? Che cos’è la scienza oggi e della psicoanalisi
cosa si può dire? Si può dire tutto e questo tutto riapre il
problema. Sarebbe come definire l’amore, presupponendo di saperne parlare!
Tautologie appunto! Mi intriga nel titolo la “e” di congiunzione che unisce
e separa, fa punto di similitudine e differenza, sottolinea però,
un impossibile che ci fa incontrare, discutere e valutare quanto la
scienza coinvolge tutti gli umani con la sua produzione di “sapere” che promette
potere. Questa “e” di congiunzione dischiude tutte le dicotomie, rappresenta
l’“impossibile” e allo stesso tempo è punto di resistenza, ciò
che tiene gli umani nella posizione “eretta”, quella della soggettività.
Il sapere prodotto dalla scienza, promuove fantasie di potere, proprio perché
il suo oggetto è manipolabile. La psicoanalisi si
costruisce sul racconto dell’oggetto perduto, sulla mancanza, e come paradosso
quell’oggetto è causa di desiderio, di godimento e la parola lo racconta
attraverso la materialità della lettera che non si lascia
dire in modo esaustivo ma equivoco.
La verità è causa materiale.
La psicoanalisi e la scienza non possono separarsi e alla
stessa maniera non stanno insieme. Ciò che istituisce la loro in-appartenenza
e allo stesso modo la loro adiacenza è l’incidenza che hanno sulla
soggettività umana.
Stanno al confine.
Lacan afferma che non c’è scienza dell’uomo perché l’uomo della
scienza non esiste, ma solo il suo soggetto. Allo stesso tempo egli sostiene
un paradosso, quando assicura che il soggetto su cui operiamo in psicoanalisi
non può essere che il soggetto della scienza. Su queste due proposte
di Lacan articolo il mio lavoro, e svolgo la domanda posta nel titolo: da
dove vengono i bambini? Questa interrogazione, originaria, predispone il
lavoro di ricerca che riguarda sia la psicoanalisi sia la scienza. Le due,
- le chiamo impropriamente discipline - camminano vicine e mantengono una
distinzione arbitraria ma necessaria. Tale distinzione è mossa dalla
posizione differente che intrecciano rispetto al sapere e alla verità:
la scienza privilegia il sapere, mentre la psicoanalisi, che procede dalla
rimozione, si occupa di una verità che si sottrae al sapere. La verità
appena apparsa, si perde nel sapere, essa non può mai essere detta
che a metà.
La domanda “Da dove vengono i bambini” esprime il desiderio di sapere
ed è la metafora della curiosità sessuale, ma osserviamo che
questo desiderio può diventare per la scienza anche un desiderio
di sapere scopico che spinge ad andare a togliere l’ultimo velo per trovare
l’ombelico dell’origine. L’ esigenza di sapere resta inevitabilmente
delusa, proprio perché il desiderio per sua natura rimane insoddisfatto
e lascia aperta la porta alla sorpresa che la curiosità esige. La
pretesa di rispondere a questa domanda è ciò che la riapre
e la rilancia, è il paradosso dell’esistenza umana, autore delle fantasie
di immortalità sulle quali si sostiene il lavoro di ricerca. La scienza
risponde a queste fantasie attraverso un lavoro di decostruzione che trasforma
e cambia la realtà della storia, adegua gli oggetti alla domanda,
li rende comuni. La necessità di adeguarli esibisce un imbarazzo,
in quanto l’oggetto nella sua parzialità è e rimane perduto,
ed è propriamente questo che fa avanzare la ricerca. Anche nel campo
scientifico. Il disvelamento di questo oggetto minaccia la realtà,
produce l’angoscia. Data la particolarità del suo statuto, affermo
che nella storia la scienza occupa il posto del
“sapere imperfetto”.
Siamo esseri parlati e parlanti.
Non entro in merito al metodo scientifico e tanto meno
al fatto che la psicanalisi sia o no scientifica, questo risponde a un bisogno
di garanzia, è una categoria mentale, posso solo interrogarmi per
non cadere nelle trappole del sapere. Ma sostengo che la psicoanalisi
e la scienza vanificano le ideologie e non rispondono alle domande alle quali
danno risposta la religione e la magia.
Nell’evoluzione storica le scoperte scientifiche hanno
inferto all’uomo, come sappiamo, tre ferite narcisistiche che lo hanno posto
differentemente nel mondo. Tra queste anche quella introdotta dalla
psicoanalisi che ha cambiato le sorti dell’uomo del novecento. Troviamo tracce
di tali cambiamenti nella letteratura, nell’arte, nella filosofia, nei contributi
che le teorie psicoanalitiche hanno dato alla psichiatria, alla medicina
e ad altri campi del sapere. Ma ciò che maggiormente ha segnato
la distinzione tra psicoanalisi e scienza sono state le posizioni teoriche
costruite con la pratica psicanalitica che hanno consegnato uno statuto differente
all’essere parlante e al concetto di coscienza. Freud sostiene che:
“là dove qualcosa era occorre che l’io avvenga” e che l’ “io
non è padrone in casa propria”, pone l’io come funzione che si dispiega
nell’immaginario. Successivamente Lacan dà uno statuto al soggetto
dell’inconscio con la teoria del significante: “il significante rappresenta
un soggetto per un altro significante”. Infatti, a proposito della scientificità
della psicoanalisi, afferma che è il soggetto a fare la psicoanalisi
scientifica, non che la psicoanalisi è scientifica. Egli sovverte
la necessità di muoversi da un assunto e nota che qualcosa diviene
parlando. Chi parla può anche essere il soggetto della scienza, quello
del processo secondario, ciò che importa è reperire sul versante
del reale, attraverso la lettera, il soggetto dell’inconscio.
Freud, Lacan e altri psicoanalisti prendono le distanze
dall’ideologia scientifica, considerano gli apporti della scienza come materia
di studio senza perdere di vista una peculiarità, tra le altre,
che è esclusiva del lavoro psicoanalitico:l’interpretazione. Essa
produce la libera associazione e l’analista la sottolinea, la evoca.
Quindi, distinguere la posizione tenuta dalla psicoanalisi da quella della
scienza vuol dire abbandonare la presunzione di possedere un sistema teoretico
adeguato di previsione e mettersi nella condizione di accogliere la
pulsione come non prevedibile, una svista o un lapsus come non
misurabili. Sono scrittura, testi, che ci mettono in contatto con la realtà
psichica, con l’oggetto (piccolo) a che è un oggetto parziale. Siamo
interpretati. L’anteriorità dell’inconscio ci determina e determina
anche le scelte dello scienziato che, come racconta una storiella, viene
svegliato da un sogno che gli porta la formula decisiva per la sua ricerca.
Era mia intenzione iniziare questo testo scrivendo:
c’era una volta la scienza…c’era tempo fa la psicoanalisi, ma ho fatto tutta
questa premessa per spiegarmi l’“intenzione” che come ogni intenzione maschera
un pensiero altro…trovo un intralcio di fronte a questa affermazione che
fa uso del verbo al passato. La psicoanalisi quanto la scienza sono diventate
“culturalizzabili”, - se teniamo conto che la Kultur non si propone
alcuna funzione di mediazione che abbia il fine di umanizzare il singolare,
procurandogli un’anima o un corpo genetico collettivo - in quanto fanno parte
del linguaggio di tutto il processo mediatico che negli ultimi anni
traduce la cultura in spettacolo. Si sono industrializzate. Affermerei che
la scienza è divenuta operatrice di scoperte concorrenziali, dove
“l’uomo” è oggetto di commercio, un organismo di studio senza corpo,
una corsa sulla scia dell’immortalità. La psicoanalisi, allo stesso
modo si trova inadeguata di fronte alle nuove patologie e patteggia con la
psicoterapia e la psicologia per colmare quella mancanza che le permette
di leggere quanto accade. La psicoanalisi sta diventando “pura” e il problema
che presenta oggi da un punto di vista sociale è una generalizzata
tendenza all’abbattimento delle resistenze alla psicoanalisi. Una certa “normalizzazione”
l’ha fatta entrare nel linguaggio comune, nella grammatica e nella sintassi
mediatica dove tutto è presunto spiegabile e visibile. L’intimità
del soggetto, quella promossa dall’omissione strutturale della rimozione,
si svela con il malinteso e l’equivoco che la sottraggono dal sapere rassicurante.
Le resistenze alla psicoanalisi sono il luogo della sua esistenza, quello
del lavoro analitico, la Kulturarbeit freudiana, la genesi del desiderio
di sapere ciò che non si può sapere: la sessualità rimossa.
La scienza con la sua necessità di dominio sull’uomo
e sulla morte esibisce un sapere “insufficiente” proprio perché non
c’è “uomo” della scienza e della morte possiamo solo accettare
l’ arbitrarietà. Mentre la psicoanalisi balbetta ancora la lettera
del mito, ma ripercorre le dottrine dei padri adattandole ai nuovi disagi.
In questo tempo di esubero produttivo che appaga i bisogni più infantili
e non solo, in questa epoca anoressica, che sottrae il soggetto dalla sua
peculiarità al lavoro psichico, motivo di soddisfazione e di gioco,
come pro-vocare la domanda d’analisi e allo stesso tempo in che modo sottrarsi
alle insidie delle facili illusioni che acquietano l’angoscia con oggetti
artificiali? Come accogliere la scienza senza perdere di vista che le resistenze
alla psicanalisi, sono la dichiarazione dell’intrigo che la stessa produce?
Ma occorre che si produca.
Molto brevemente:
La nevrosi custodiva le resistenze, come difesa
del singolo dalla civilizzazione.
La nevrosi ha ancora questa funzione?
Quanto le nuove patologie, i nuovi disagi, e intendo con “nuovi” qualcosa
che finora non si era mai presentato così, provengono anche dai cambiamenti
che la scienza sta generando i quali stanno modificando l’assetto sociale,
questi disagi che presentandosi apparentemente come “conosciuti” mascherano
qualcosa che non so situare, ma mi inquieta. Non credo possiamo chiamarli
problemi “narcisistici”.
La verità fa ancora scandalo? Oppure dobbiamo “rileggere” la domanda
“da dove vengono i bambini”? Forse è tempo di non credere più
a babbo natale e continuare a pensare che i bambini nascono da un atto d’amore,
ovvero di parola, e dal desiderio dei genitori e non dalla scienza. Oggi
sembra che tutto sfugga al senso, persino la morte. Forse perché questa
parla della sessualità?
Se il lavoro psicoanalitico trova queste difficoltà, ipotizzo
che anche il sapere della scienza sia in una situazione precaria.
Lo statuto dell’oggetto è quello di mancanza ma questo oggetto perduto
costituisce “la cornice non percepita ma necessaria della realtà”.