«NESSUNO SA CHE EGLI E’ INSERITO NEL PADRE»

 

Lacan lascia correre questa frase sul finire del Seminario III, “Le psicosi” “Les psychoses”, come enunciazione, apparentemente staccata dal periodo che precede e dalle frasi che subito la seguono; salvo a concludere poco più avanti il periodo così iniziato nel modo seguente: “Les journaux disent tous les jours que les progrès de la science, Dieu sait si c’est dangereux, etc., mais cela ne nous fait ni chaud ni froid. Pourquoi ? parce que vous êtes tous, et moi-même avec vous, insérés dans  ce signifiant majeur qui s’appelle le père Noël, cela s’arrange toujours, et je dirai plus, ça s’arrange bien”.«I giornali dicono ogni giorno che i progressi della scienza solo Dio sa quanto siano dannosi, ecc., ma questo non ci fa né caldo né freddo. Perché? Perché siete tutti, e io con voi, inseriti in quel significante maggiore che si chiama “Papà Natale”. Con “Papà Natale”, tutto s’accomoda sempre, dirò di più, s’accomoda bene».

“Personne ne sait qu’il est inséré dans le père” «Nessuno sa che egli è inserito nel padre» vuol dire che la struttura del soggetto principia dall’inconscio, dove l’anello che la tiene legata è “il padre”: il significante maestro che ordina tutti gli altri, come la strada maèstra è quella a partire dalla quale tutte le altre si dispongono in un ordine. Da questa premessa può risultare che è quanto meno problematico autorizzarsi a parlare del padre, di colui cioè a partire dal quale c’è un parlare ordinato: ci vorrebbe un metalinguaggio, ma non ce n’è. Allora non resta che girarci intorno con le parole: Lacan lo fa per tutto il tempo del suo insegnamento, per giungere alla conclusione che del padre bisogna infine farne a meno a condizione di servirsene.

Intanto, per andare avanti faccio ricorso a un’altra citazione, ancora dal Seminario III, di Lacan: «Il padre è di una realtà sacra in se stessa, più spirituale di ogni altra, poiché in definitiva niente nella realtà vissuta ne indica propriamente la funzione, la presenza, la dominanza».

Mi si passi un argomento empirico, dunque debole, per illustrare quest’ultima frase.

Quantunque qui, in questo convegno, ci fosse una moltitudine di padri, me compreso, per così dire in esercizio, la funzione del padre non sarebbe per questo fatto più facilmente isolabile.

La funzione del padre, come detto in epigrafe, è legata per ciascuno a qualcosa di non saputo in qualche modo connessa con la figura del proprio padre.

Di riflesso c’è sempre un che di inafferrabile che fa del proprio padre uno sconosciuto. Per antitesi è un fatto dell’osservazione comune che il nonno, pur essendo il padre del proprio padre, lungi dall’essere per il nipotino un padre elevato alla seconda potenza, risulta essere frequentemente una figura più accessibile e alla portata, almeno nell’attuale ordine familiare.

Si sa che nella famiglia romana le cose andavano diversamente e il “pater familias” era proprio questa figura di nonno che esercitava un’autorità indiscussa sui figli a loro volta padri di figli.

Se risaliamo ancora più indietro nel tempo, passando attraverso la famiglia agnatizia come anello intermedio, arriviamo alla gens come vasto aggregato di ceppi paterni.

Se poi vogliamo cercare un modello più antico della famiglia patriarcale, lo troviamo accreditato nel popolo ebraico, che lo impose con la forza ai gruppi vicini.

Il diritto romano ebbe il merito di «estendere i privilegi morali del patriarcato a una plebe immensa e a tutti i popoli».

Sullo sfondo di questo processo si delineano i vari culti materni, la cui seduzione perdurava molto forte in quei gruppi ai quali man mano veniva imposto il principio paterno.

Il privilegio di quest’ultimo consiste essenzialmente nel riunire sulla stessa persona del padre, sulla stessa figura, la funzione repressiva e quella di maestro e guida; funzioni che nella famiglia matriarcale erano sdoppiate, delegando, per esempio, allo zio materno la funzione repressiva e lasciando che il padre si occupasse di addestrare i figli nelle prove di abilità e di caccia.

Se è vero che le testimonianze raccolte su questo tipo di ordinamento, da Malinoviski nelle isole a nord-ovest della Melanesia, inducono l’osservatore a rilevare un equilibrio psichico diverso dal nostro in un contesto sociale armonico con la rilevante assenza di nevrosi; dall’altra lo portano a rimarcare con l’assenza dell’Edipo un impoverimento e una stereotipia nel campo delle produzioni artistiche e morali e la mancanza di slancio creativo.

Soltanto quest’ultimo dato, per tacere sulle aberrazioni tuttavia presenti nelle società matriarcali, soltanto questo quadro di una vita stagnante e senza prospettive di mutamento e di progresso, ci fa preferire una società che conosce il dramma dell’Edipo e le afflizioni delle nevrosi, derivanti dalla riunione nell’unica figura del padre dalla funzione repressiva con quella della sublimazione.

In entrambi i casi, tuttavia, la famiglia risulta essere dall’origine un’istituzione regolata da un ordinamento simbolico complesso; complessità che l’attuale forma, numericamente ridotta al gruppo biologico, può far perdere di vista e, cosa più grave, indurci a valutare erroneamente questa riduzione come una semplificazione della struttura originaria, dove propriamente non si tratta che di contrazione.

Pur ridotta al gruppo biologico, la famiglia rimane dunque una struttura complessa.

D’altra parte, la corrispondenza del gruppo biologico con l’istituzione familiare è un dato incontestabile dell’osservazione immediata ed è forse da questo che trae la sua forza di seduzione la metafora della famiglia come cellula di un più vasto aggregato. Immagine suggestiva ma inadeguata a rappresentare i vari piani di intersezione tra famiglia e società che, in una bizzarra topologia, ribaltano a ogni svolta l’interno con l’esterno.

Se è vero che un individuo riuscito è quello che trova la propria collocazione fuori dalla famiglia, è anche vero che non può pervenire a questo ideale di riuscita sociale se non ha trovato all’interno della famiglia stessa l’istanza di auto-esclusione.

Allora possiamo dire che la famiglia riuscita è quella che attiva al proprio interno una forza disgregante, direi quasi di espulsione.

Se nell’immagine della cellula di poco fa possiamo individuare il principio materno di coesione, come quello che assicura l’unità biologica della famiglia, è nella funzione paterna che l’individuo può reperire la forza che Io proietti all’esterno.

L’accesso dell’uomo all’universo simbolico avviene in un susseguirsi di attive separazioni, che si attuano sempre al prezzo di una mutilazione.

Ciò che il bambino lascia nello svezzamento è una parte di sé che si stacca: il seno appartiene infatti alla madre quanto al bambino, è ambocettore, dice Lacan.

Il nipotino di Freud che riproduce questa separazione nel gioco ripetuto del rocchetto che, legato alla sua mano con un filo, è lanciato di là dalla sponda del letto e poi richiamato, accompagna questo gesto con un’esclamazione che articola per la prima volta i due termini di un’opposizione significante: FORT – DA, che precedono la sparizione (via) e la ricomparsa (ecco). È  questa precessione del significante che fa del gesto un vero atto.

Ciò che qui opera è il significante e lo fa chirurgicamente con un taglio che separa l’oggetto. Il soggetto è l’atto stesso del taglio. La funzione del padre è proprio quella di trasmutarsi in un significante operatore.

L’operazione produce un “resto” che Lacan designa come “oggetto piccolo a”, cioè con una “a” minuscola, per togliere a questo “resto” qualsiasi riferimento ad una significazione psicologica, riducendolo ad una funzione puramente algebrica.

Questo ci permette di vedere come la famiglia nel suo insieme può assumere lo stesso valore di quell’oggetto ambocettore. Se concepiamo la famiglia, l’unità domestica del gruppo, come un oggetto indipendente, astratto dai singoli che la compongono, allora si può intendere come anche per quest’oggetto occorra un’operazione di taglio. Ancora una volta, dunque, una parte di sé che si stacca.

Che l’abbandono delle sicurezze dell’economia familiare sia l’ultima e definitiva separazione nell’avventura del soggetto umano non è certo; ma è sicuro che «Ogni ritorno, fosse parziale, a queste sicurezze, può scatenare nello psichismo delle rovine, senza proporzioni con il beneficio pratico di questo ritorno. Ogni compimento della personalità esige questo nuovo svezzamento. Hegel formula che l’individuo che non lotta per essere riconosciuto fuori dal gruppo familiare non attinge mai la personalità prima della morte».

In questo passo che ho estratto dal saggio del 1938 “La famiglia”, Lacan designa col termine “svezzamento” ciò che più tardi sarà elaborato nella nozione di “castrazione”.

Edipo e Nome del Padre

L’Edipo è il mito elaborato da Freud come radice del desiderio dell’uomo, il Nome del Padre è ciò che ne estrae Lacan come principio che struttura il desiderio. Il Nome del Padre è il puro significante della Legge: «Tu non desidererai quella che è stata il mio desiderio»; ecco la domanda che ha valore di comandamento assoluto, di legge, che include il desiderio dell’Altro, quello di cui si tratta nell’Edipo. Una domanda, beninteso, che non interdice il desiderio del soggetto, ma lo obbliga a includervi un vuoto.

Se il desiderio si struttura attorno a questo buco interno, allora è identico alla Legge. Il passo necessario a fondare questo rapporto con la legge è una scena tanto drammatica quanto mitica, la scena immaginaria del parricidio. È al di là di questo assassinio originario che si costituisce la forma suprema dell’amore. Tutte le determinazioni successive dell’amore hanno a fondamento questo buco originario.

L’amore supremo per il padre fa del suo trapasso la condizione della sua presenza ormai assoluta: il padre vi è fissato in una specie di realtà di essere come assente — una realtà che in qualche modo trascende quella empirica di colui che tuttavia continua ad essere investito di quel ruolo.

Ciò vuol dire che il padre è fissato come significante, in quanto è la peculiare proprietà del significante di istituire una presenza su un fondo di essenza. Il padre è il significante privilegiato, il tratto unario dell’identificazione: il fallo come metafora dell’interdizione.

Ciò che ha fatto difetto al piccolo Hans, per esempio, è quello di poter legare il reale, ad un certo momento emergente, il reale del godimento, a questo significante dell’interdizione per realizzare la metafora paterna. Quando Hans si rende conto che, in rapporto al desiderio prepotente e divorante della madre, il padre gli risulta essere inadeguato, una figurina troppo gentile per montare lo scenario tanto mitico quanto violento dell’interdizione, a quel punto, per sfuggire all’abisso che si apre ai suoi piedi, fa da sé e si fabbrica con la fobia del cavallo un’interdizione reale.

Colui che è investito della funzione paterna deve realizzare il giusto mezzo tra l’eccezionale e il qualunque: nel senso che uno qualsiasi è comunemente chiamato a rivestire il ruolo problematico di colui che fa eccezione.

Che si mantenga in equilibrio tra questi due estremi dipende non solo dal modo in cui egli stesso è inserito, come dicevamo all’inizio, nel padre, ma anche quanto ne consente, in proporzione alla modalità del proprio stesso inserimento, colei che ha questa mansione di indirizzare la prole verso lo scoglio del padre. Mansione che le deriva dalla chance in quanto donna di promuovere alla funzione di sembiante anche chi di suo non sarebbe all’altezza.

Per chi ne è investito si tratta di mantenere un equilibrio tutto giocato nella dimensione del dire, che realizza questo giusto mezzo: un semidire che tiene lontano il padre sia da colui che ha l’ultima parola, la sentenza su tutto – di cui Schreber ha fatto le spese – sia da quel personaggio scaduto alla dimensione di un fratello, per cui il gruppo familiare «è ridotto alla madre e alla fratria».

E’ questo il caso frequente del gruppo omogeneo che, spianata l’asperità al proprio interno, la spinge ai margini del cerchio familiare, dove viene eretto il bastione invalicabile dell’angoscia.

Comunque vada, c’è sempre Papà Natale di cui parlavamo all’inizio; magari fatto d’ovatta e peluche, sta sempre lì e per tutti. Un significante non si può distruggere; continua ad operare sia che Ruth si venga a sdraiare col ventre nudo ai piedi di Booz, sapendo che il suo covone non è avaro né porta odio, sia che qualcuna decida di affidarsi all’operato della tecnica: ciò che lei spera è che finalmente il principio della fecondità naturale si risvegli — sullo sfondo c’è sempre un Booz che sonnecchia. È pur vero che se il personaggio della leggenda, l’ottuagenario Booz, nei versi di Victor Hugo, sonnecchia e non dorme più come prima, è perché ha appena fatto un sogno di prospera discendenza, è stato cioè visitato dal desiderio; la cui presenza nell’affare non mi sembra cosa trascurabile.

 

 

Pendant qu’il sommeillait, Ruth une moabite,

S’était couchée aux pieds de Booz, le sein nu,

Espérant on ne sait quel rayon inconnu,

Quand viendrait du réveil la lumière subite.

 

Booz ne savait point q’une femme était là,

Et Ruth ne savait point ce que Dieu voulait d’elle,

Un frais parfum sortait des touffes d’asphodèle;

Les souffles de la nuit flottaient sur …

 

 

Mentr’egli sonnecchiava, Ruth, una moabita

S’era coricata ai piedi di Booz, col grembo nudo,

Sperando non si sa quale sconosciuto raggio

Quando tornasse del risveglio l’improvvisa luce.

 

Booz non sapeva punto che una donna era lì,

E Ruth non sapeva punto ciò che Dio volesse da lei,

Un fresco profumo usciva dai ciuffi di asfodelo;

 

Mi sembra che qui non si possa non riconoscere la presenza del desiderio come desiderio dell’Altro e a partire da questo “non sapere” due volte ripetuto.

È una di quelle notti incantate in cui tutti i segni della natura sono propizi e Ruth, vedendo sorgere nel cielo la falce crescente della luna dal riflesso dorato, si chiede:

 

Tout reposait dans Ur et dans Jérimadheth ;

Les astres émaillaient le ciel profond et sombre ;

Le croissant fin et clair parmi ces fleurs de l’ombre

Brillant à l’occident, et Ruth se demandait,

 

Immobile, ouvrant l’oeil à moitié sous ses voiles,

Quel  dieu, quel moissonneur de l’éternel été

Avait, en s’en allant, négligemment jeté

Cette faucille d’or dans le champ des étoiles.

 

Immobile, aprendo l’occhio a metà sotto i suoi veli,

Quale dio, quale mietitore dell’eterna estate

Aveva, andandosene, negligentemente gettato

Questa falce d’oro nel campo delle stelle.

 

Nella falce così rinvenuta, Ruth riconosce qualcosa di sua pertinenza. Se la fecondità naturale sonnecchia sotto il covone di Booz, dall’altro canto è proprio del femminile tenere sempre con sé in serbo la falce d’oro della maternità nell’attesa che l’improvvisa luce si risvegli.