SCIENZA E PSICANALISI
Sergio Benvenuto
Questo convegno sarebbe davvero un’occasione mancata se
non si mettesse prima di tutto in evidenza una cosa: che il nostro rapporto
alla scienza – il rapporto di noi tutti, alla nostra epoca, con essa – non
è un rapporto puramente concettuale, epistemologico, “culturale”;
ma che quel che oggi conta di più è il potere della scienza,
il fatto che insomma la scienza domini il nostro tempo. Non solo grazie alle
sue ricadute tecnologiche che ci globalizzano e determinano i vincenti e
i perdenti alla nostra epoca (ovviamente i vincenti sono quelli che hanno
maggiore accesso alle tecnoscienze – i paesi più ricchi e potenti
sono quelli che hanno una migliore scienza e una tecnologia più massiccia);
la scienza diventa potente anche nelle Humanities e nelle social sciences,
come dicono gli anglofoni. Così oggi si fa appello a dati e protocolli
scientifici per governare gli uomini e le donne, la loro economia, le loro
arti, i loro svaghi, i loro rampolli, la loro dieta, gli amori…..
La scienza dunque è il potere che domina il nostro
sapere così come la religione domina ancora la nostra etica – e, per
religione, intendo non solo i tre monoteismi, ma anche le religioni secolarizzate
a cui quasi tutti facciamo capo (rousseauismo più o meno ecologista,
marxismo, terzo-mondismo, liberalismo dei diritti dell’uomo, ecc. – le derivazioni
laicizzate delle grandi religioni). La filosofia di Hume e di Mill
(l’empirismo britannico) esercita un’egemonia sulle mentalità della
nostra epoca (non diversamente da come, per esempio, la filosofia aristotelica
dominò gli spiriti europei tra l’XI° e il XV° secolo). Per
quest’empirismo dominante, occorre fare una distinzione essenziale tra fatti
e valori – un clivaggio che Kant a suo modo cercò di suturare. Ora,
oggi la scienza ci assicura il potere sui fatti, mentre le religioni ci assicurano
il potere dei valori su di noi. La scienza – e non più certo la filosofia
– ci dice che cosa dobbiamo credere quanto a ciò che è (ad
esempio, anche se l’inconscio è o non è), e le religioni ci
dicono quali ragioni possiamo avere per vivere. Le controversie puntuali
tra scientifici e religiosi – per esempio, riguardo la manipolazione degli
embrioni o delle cellule staminali – non devono trarci in inganno: scienza
e religione si sono spartite amichevolmente l’impero, esse costituiscono
una diarchia di fatto sui nostri spiriti. Ci sono certo alcune minoranze
– per esempio decostruzioniste o…. lacaniane – che ricalcitrano di fronte
a questa doppia archia, ma i contestatori sono solo l’ombra prodotta dal
sole del dominio.
In un mondo in cui il sapere e il saper vivere sono dominati
dalla scienza e dalle religioni, qual è, o quale potrebbe essere,
lo spazio della psicoanalisi? E nel fondo, ha essa uno spazio, un luogo (ri)conoscibile
o riconosciuto? Non bisogna credere che – siccome ci sono tanti analisti
nel mondo, e che il loro reddito sia alquanto alto – per questo la psicoanalisi
avrebbe un luogo, insomma, che la psicoanalisi esisterebbe per davvero. La
psicoanalisi oggi viene attaccata dai due lati: la scienza – e in particolare
le scienze cognitive, le sole che la Comunità scientifica oggi consideri
serie, ovvero scientifiche – ripete sempre più che la psicoanalisi
non è affatto una scienza (dato che non è falsificabile) ma
che essa è semplicemente… una magia. Dunque una superstizione. Nemmeno
per le religioni (comprese le ideologie laiche, di destra come di sinistra),
la psicoanalisi è seria perché la vera fonte dei nostri valori
resta l’Altro (Dio) o gli altri, e non se stessi, il nostro Sé o il
nostro inconscio; insomma, dicono le religioni (compresa quella di Toni Negri,
ad esempio), la psicoanalisi è narcisistica, e analizzarsi è
solo una “sega mentale”, come si dice da noi. Le religioni ci dicono, nel
fondo, che la psicoanalisi è solo una magia (non aveva detto Freud
stesso che l’analisi è una “magia lenta”? ). Del resto Lévi-Strauss
pensa la stessa cosa: la psicoanalisi è una stregoneria degli occidentali
moderni (così come lo spiritismo con medium e treppiedi, ad
esempio, è stata la stregoneria della borghesia positivista alla fine
dell’Ottocento). Ogni epoca razionalista e scientifica ha avuto le sue specifiche
superstizioni: il fatto che la psicoanalisi sia nata dagli ideali scientifici
(specialmente dalla Naturphilosophie dell’Ottocento) non implica affatto
che essa sia una scienza, ne sarebbe piuttosto la superstizione. La psicoanalisi
sarebbe una superstizione specifica della nostra forma di vita il cui ideale
è quello di liberarsi da ogni superstizione.
Dato questo sfondo, possiamo capire perché Lacan,
in “La scienza e la verità” , confronti appunto la posizione della
psicoanalisi con gli altri tre poteri in gioco: scienza, religione, magia.
Infatti, è l’ultima parte di questo scritto ad interessarmi specialmente:
quando cioè egli cerca di delineare lo specifico della psicoanalisi
in rapporto a questi tre altri “poteri”. Ci si chiede allora se, di fronte
al potere reale della scienza, al potere simbolico delle religioni e delle
ideologie dominanti, e al potere immaginario della magia, la psicoanalisi….
non è impotente? In effetti, se la psicoanalisi ha un luogo – se essa
esista veramente – è in rapporto a questi tre luoghi chiari e distinti
della nostra epoca che bisogna “territorializzarla”. Occorre dire a questo
punto che chi scrive non appartiene alla Scuola lacaniana (tutt’al più
sono un lacanologo), insomma, non credo che Lacan abbia profferito La Verità
– il che non mi impedisce di pensare che egli abbia detto delle verità.
Succede spesso che io non condivida affatto le risposte di Lacan, ma ammiro
le sue domande (anche se restano spesso implicite).
L’opera di Lacan essenzialmente è una hegelianizzazione
della psicoanalisi, soprattutto attraverso la mediazione della lettura heideggeriana
di Hegel promossa negli anni ’30 da A. Kojève. Questo è ben
noto, eppure raramente (con qualche eccezione: S. Zizek) se ne traggono le
conseguenze. In effetti, in questo testo Lacan si impegna a considerare “la
verità come causa” – un concetto simile è del tutto incomprensibile
a razionalisti e positivisti, ma è assolutamente in linea con un approccio
hegeliano. Eppure ci è difficile cogliere fino in fondo quel che lui
intenda per verità. Non si tratta certamente della verità come
“adaequatio reai et intellectus” della tradizione metafisica secondo Heidegger
(quindi della scienza moderna), ma non nemmeno del tutto una concezione heideggeriana
della verità come aletheia, come dis-velamento o rivelazione, superamento
di un oblio. Essa è piuttosto nel registro hegeliano di un’espressione
piena (la “parola piena”), di un dire-bene: una verità che si tuffa
nel mondo e lo modifica (la verità come evento istoriale, direbbe
un ermeneutico).
Ora, per Lacan la verità può entrare
nell’ordine delle cause in quattro maniere – e riprende qui le quattro cause
aristoteliche. Per Aristotele, la causa (aition) riguarderebbe l’ente
in quanto si muove, in quanto possiede kinesis. Le domande pertinenti sono
le seguenti: da che cosa (ek, causa efficiente) viene il movimento; verso
che cosa (eis, causa finale) va; secondo che cosa (katà, causa formale)
e infine sotto che cosa (upó, causa materiale) va.
Per Lacan, la causa in gioco nelle scienze moderne è
la causa formale; quella in gioco nella magia è la causa efficiente;
e la causa che dà alle religioni la loro potenza è la causa
finale. La scienza è per lui dal lato della Verwerfung (dunque della
psicosi), la magia della Verdrängung (dunque della nevrosi), la religione
della Verneinung (è allora essa dal lato della perversione? Questa
Verneinung è cioè anche una Verleugnung?) E la psicoanalisi?
A qual genere di negazione – o a quale “patologia” – corrisponde? Lacan ci
lascia nel dubbio… Sarebbe comunque ingenuo credere che la verità
come causa in gioco nella psicoanalisi non implichi una negazione da qualche
parte. La causa che la psicoanalisi effettua è materiale per Lacan,
dato che all’epoca (1965) il significante era per lui materiale (poi dirà
piuttosto che la materia della psicoanalisi è il godimento).
Ovviamente si possono criticare o correggere queste attribuzioni – del resto,
il fatto di affermare che la causalità specifica della psicoanalisi
sia materiale non è estraneo ad una presa di partito “materialista”
(insomma, la psicoanalisi apparterrebbe al campo filosofico-politico del
materialismo). Bisogna sottolineare comunque che oggi nulla appare così
anti-scientifico come il “materialismo” (gli scienziati moderni pensano al
loro lavoro nei termini del positivismo o del razionalismo di Popper, mai
del materialismo di Spinoza , Nietzsche o Deleuze!); la “causa materiale”
è anche la parente povera del causalismo aristotelico: la scienza
moderna ha dissolto completamente la materia o nell’energia o nei quanta
e nei quarks, quindi in enti le cui cause sono o formali o efficienti. Del
resto, per la cosmologia moderna l’universo è soprattutto vuoto, dunque
puro spazio: la materia è una sua eccezione rara, una ruga dello spazio.
Un positivista ride di questa rughetta. Rivendicare la psicoanalisi come
materialista equivale dunque a rimuoverla fuori del campo delle scienze –
anche se Freud pensava piuttosto che essa fosse la sola scienza psicologica.
Del resto, la causa finale, in opposizione a quel che
si pensa essere il “determinismo” di Freud, ha ritrovato oggi una nuova giovinezza
nelle scienze (ex-umane) cognitive: nella misura in cui, come in economia,
riprendono la teoria matematica dei giochi, le scienze cognitive hanno rimesso
in un luogo esplicativo eminente i fini, i “desideri, gli aims. L’uomo cognitivo
è un calcolatore razionale che si rifà a dei fini. Insomma,
il cognitivismo scomunica la psicoanalisi dal club spocchioso delle scienze
proprio perché quest’ultima non tiene conto delle cause finali.
Ora, dire che il luogo della psicoanalisi si determina
per distinzione dagli altri luoghi significa anche ammettere che la psicoanalisi
è sempre tentata di appiattirsi sugli altri tre luoghi. Si può
dire che mentre la scienza è quel che la psicoanalisi crede e/o desidera
essere, la religione è quel che non crede mai di essere ma che gli
altri credono che essa sia (la storia della psicoanalisi, con i suoi scismi,
eresie, scomuniche, ecc., viene percepita dall’esterno spesso come la storia
di una religione minore) e la magia è quel che la psicoanalisi desidera
essere senza credervi (mentre quelle che non credono nella magia, credono
appunto che essa ne sia una – una cura placebo, dicono). Molti analisti finiscono
anche per ricondurre la psicoanalisi a quel che, secondo Lacan, essa non
può essere, e cioè: o ad una scienza (come gli analisti che
si sottopongono in modo stretto ai protocolli di verifica empirica dei risultati),
o ad una religione (il mucchio di psicoanalisi umaniste, relazionali, intersoggettive,
spiritualiste, ermeneutiche, gestaltiste, ecc.) o ad una magia. Il sospetto
che la psicoanalisi non abbia il proprio luogo – così come la materia
non ce l’ha più nella scienza moderna – spinge molti analisti verso
altro che la psicoanalisi, o verso una psicoanalisi che sia altra da quella
che è.
E’ notevole che l’epistemologo più citato del nostro
secolo, T.S. Kuhn, abbia fatto ricorso anch’egli alla Fisica aristotelica
per rendere conto della storia delle scienze, e in particolare della fisica
. Anche se né Lacan né Kuhn abbia mai citato l’altro, comunque
ambedue appartengono ad uno stesso spirito hegeliano. Infatti Lacan e Kuhn
hanno avuto uno stesso maestro: Alexandre Koyré. Se Lacan tiene le
quattro cause aristoteliche come una chiave per capire la differenza tra
i quattro poteri, Kuhn se ne serve per descrivere lo sviluppo della scienza
occidentale. Qui emergono le differenze tra l’approccio di Lacan e quello
di Kuhn. Per quest’ultimo, infatti, la scienza moderna non è semplicemente
il regno dlela causa formale, come pensa Lacan, ma è un campo di confronto
e di combattimento tra le cause formali e le efficienti…
Ma ho superato le quattro pagine regolamentari, e quindi
mi fermo qui.
Sergio Benvenuto
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