Conclusioni del congresso di Padova - Luigi Burzotta

 

Solo adesso, salendo per ultimo e lasciato da solo su questo podio, mi rendo conto della gravità del compito che mi sono assunto di tirare le conclusioni di un Congresso che, per la qualità degli interventi e la vivacità delle discussioni, ha fatto registrare dei risultati indiscutibili di elevato tenore dottrinale e scientifico; successo che è stato reso possibile dall’apporto organizzativo dell’equipe di Giardino Freudiano, grazie all’impegno profuso da tutti i suoi componenti per più di un anno; è comprensibile allora che, a paragone con questi risultati, accingendomi a parlare abbia provato qualche sgomento. Inoltre, leggendo pocanzi nel programma di sala il mio nome, che aveva rimpiazzato quello di Moustafa Safouan sotto la voce Conclusioni, mi sono detto: “È facile sostituire un nome con un altro sulla carta ma è, non dico arduo se non veramente impossibile, per quanto lo impongano ragioni di emergenza, fare realmente le veci di una personalità così autorevole; quindi, ad essere espliciti, posso solo rimarcare il vuoto che la sua forzata assenza, di colui cioè che ha ideato e voluto questo incontro, ha scavato in queste giornate”. Così, dal cavo di quel vuoto, timidamente e nel modo più semplice, posso solo dirvi il mio rammarico che qui, stasera, non c’è Safouan a fare le sue osservazioni, che avrebbero, quelle sì, magistralmente dato il tocco conclusivo ai nostri lavori. Tuttavia, sollevato per queste ragioni dal compito di trarre delle vere conclusioni scientifiche, vorrei tentare di animare quel incavo per farne con le mie parole un sonaglio e, avendo cura di non riuscire stridente alle vostre orecchie, mi autorizzo a parlare.

Ho qui un ritaglio di giornale, che ho preso da un quotidiano italiano molto diffuso e probabilmente conosciuto anche dagli amici non italiani presenti in questa sala, La Repubblica, datato 29 settembre 2005. Come tutti i quotidiani questo giornale dedica sempre una pagina alla cultura e devo dire che, con mia sorpresa, proprio nel periodo in cui si preparava questo congresso, di tanto in tanto le pagine culturali di questo, come del resto di altri quotidiani, trattavano un argomento scientifico o qualche tema connesso alla scienza. Questa pagina che voglio portare alla vostra attenzione, riporta un’Intervista con George Steiner, “filosofo e storico della cultura, critico e grande comparatista”, come si esprime la giornalista (L. Bentivoglio) che lo ha incontrato a Cambridge, per chiedergli se parlare del “rapporto tra mondo classico e scienze esatte voglia dire affrontare una dicotomia incolmabile”. L’intervistato risponde elogiando con orgoglio la continuità secolare della ricerca a Cambrige, dove “si può anche essere uno scienziato mediocre, ma se si è parte di una buona squadra si viaggia in salita. Invece se si è un umanista mediocre non si va da nessuna parte”. Le facoltà umanistiche sono, in ogni modo, condannate, per l’intervistato, a viaggiare in retroguardia, non solo perché “il novanta per cento di ciò che vi si insegna rappresenta il passato”, ma anche perché, potendovi entrare chiunque, “possono diventare il rifugio asinorum della classe media”; di fatto “sono facoltà troppo al femminile”. Se oggi soltanto i mediocri e le donne si iscrivono alle facoltà umanistiche, mentre le persone più dotate, “l’ottanta per cento dei maschi”, si iscrivono alle facoltà scientifiche, si evince che per il sig. Steiner non c’è scampo per i giovani che scelgono le facoltà umanistiche, considerato che, per quanto affollate di donne, nella sua opinione restano evidentemente disertate dai più dotati.

La mia scelta è caduta su questa pagina perché riassume le posizioni ideologiche che ho riscontrato nella lettura di altre consimili pagine e per la strana coincidenza con cui vi sono sfiorate alcune tematiche da noi trattate in questi due giorni. Mi sono tuttavia deciso a buttare via tutte le altre pagine di argomento scientifico, da me lette e per qualche tempo trattenute nel corso dell’anno, e a conservare questa che vi mostro, perché l’intervistato, alla domanda dell’intervistatrice, se si possa “auspicare che la cultura classica contribuisca alla storicizzazione delle conoscenze acquisite dal sapere scientifico”, volendo egli argomentare  che questo contributo può essere solo “unilaterale e incompleto” tira in ballo Lacan, in modo perlomeno acritico, come un esempio di umanista che dovrebbe imparare qualcosa dalla scienza.

Non si può in ogni modo dire che il Sig. Steiner sia un pessimista perché in questo articolo egli è anzi lungimirante, vedendo prossima nel luogo dov’egli opera, a Cambridge, “l’apertura di tre grandi porte”, quella sulla “creazione della vita”, quella che conduce alla “chiave della nascita dell’universo” e infine la porta che apre sulla “coscienza”. Sulla soglia di questa terza “grande porta” egli accetta come dimostrato l’auspicio di un certo sig. Francis Crick, che forse qualcuno dei presenti conosce bene, il quale sostiene che “la possibilità di dire io è un fatto chimico che riguarda la sistemazione delle molecole di carbonio intorno alle sinapsi”. L’entusiasmo in simili “risposte della scienza” chiarisce la sua convinzione che “noi umanisti - perché lui si mette tra questi umanisti - dobbiamo imparare qualcosa dalla scienza”, con buona pace di Heidegger, che pur essendo “un titano, un orribile gigante, diceva che la scienza non è di alcun interesse, perché ha solo risposte”; ma è egli ancora più lungimirante, perché il suo augurio è che “un giorno si riuscirà a impiantare una memoria nuova nei malati di Alzaimer”. In questa presunzione tecnologica, eludendo un tale impianto la memoria dell’inconscio, mi sembra ben figurata quella forclusione del soggetto da parte della scienza enunciata da Lacan.

Partendo da una tale posizione ideologica sulla scienza, si spiega l’incomprensione del Sig. Steiner nei riguardi di qualcuno che ha identificato il soggetto della scienza con quello della psicanalisi. Una tale identificazione deve certamente apparire un “imbroglio” a chi è abbagliato dalla realtà del progresso tecnologico e trascura di distinguere quella realtà dal reale come tale, tagliando così fuori la dimensione dell’impossibile. È proprio questa distinzione che ha permesso a Lacan di cogliere un tratto, comune ad entrambi i soggetti, nell’impiego materiale della lettera, come unica modalità operativa di incidere sul reale: quella combinatoria epurata di senso che fa della logica una scienza del reale. In questo luogo sgomberato della dimensione emotiva e sentimentale, del patetico kantiano, il soggetto, dipendendo dal gioco del significante, in cui s’inquadra l’esercizio della lettera, viene ad essere come l’effetto di una tale scrittura; si spiega allora come una simile concezione del soggetto, possa produrre “imbarazzo” nel nostro personaggio che così lo esprime: “…tempo fa, io che ho il privilegio di lavorare con dei premi nobel, uno di loro venne da me umilmente chiedendomi se potevo aiutarlo a decifrare un libro di Lacan di cui non capiva nulla. Provai un terribile imbarazzo di fronte agli imbrogli di un umanista ammirato, di moda e preso tanto sul serio”.

Torniamo qui, in questa magnifica sala, dove Lacan è “preso”, non so quanto da ognuno ma, certamente, “sul serio”; qui a Padova, dov’è ancora in piedi la torre rappresentata nell’antica stampa che abbiamo riprodotto nei nostri biglietti di invito, la Specola, l’Osservatorio cioè di Galileo Galilei, che è divenuto il simbolo non dichiarato del nostro congresso. A proposito della torre, se alcuni di voi ancora credono, come ci facevano credere sui banchi di scuola, alla scenetta di Galileo che lascia cadere qualcosa dalla sua sommità, vi devo forse deludere perché, come qualcuno prima di me altrove ha già precisato, probabilmente Galileo non passava il suo tempo a buttare delle pietre da quella torre per osservare come si comportavano. Su quella torre, con molta probabilità, egli trascorreva forse gran parte del suo tempo a scrutare gli astri con il cannocchiale di sua invenzione; ma quanto alla traiettoria della caduta dei gravi, per seguirne il tracciato, aveva compiuto la congiunzione tra la scienza e la matematica, servendosi del tratto. Inserendo il tratto in una combinatoria, in una scrittura geometrica, aveva stabilito quelle che erano le leggi geometriche della caduta dei gravi. Devo confessare che ho tirato in ballo Galileo perché ho in serbo un suo passo che ho letto qualche giorno fa e che mi ha sorpreso per lo stupore ch’egli vi esprime.

A proposito del rapporto tra scienziati e umanisti di cui parlavo pocanzi, Galileo non è soltanto lo scienziato che tutti sanno, egli è anche un grande umanista: uno dei massimi scrittori italiani del ‘600. In Italia le sue opere si leggono ancora oggi con profitto e con gusto per la qualità letteraria della sua prosa. La citazione che ho in serbo è tratta dal “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” dove lui ci parla della sua propensione a stupirsi di fronte alle grandi opere dell’uomo; per esempio avrebbe potuto stupirsi di fronte all’architettura di questo edificio che ci ospita, per il fatto che qualcuno possa arrivare a disegnarne il progetto e costruirlo. Egli si stupiva di fronte alle macchine o qualsiasi altra opera del genio umano, ma, sopra tutte le invenzioni stupende, una ne indicava in cui l’uomo ha superato se stesso ed è l’invenzione della scrittura. Invenzione che ha dato a ognuno di noi la possibilità di “comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo…con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta”. Lo stupore di Galileo riguardo alla scrittura, verteva ovviamente sulla sua invenzione, sul fatto che l’uomo aveva potuto concepire la possibilità di mettere in cifra i suoi più reconditi pensieri combinando in vario modo dei segni sulla carta, oppure, come lui stesso faceva, dei tratti sulla carta per le sue scritture geometriche.

Certo la scrittura che pertiene all’inconscio non ha bisogno di carta per le sue combinatorie, essa si esercita di preferenza sul dire. Per questa ragione ho sempre incoraggiato le persone che in questi anni mi sono state più vicine, a parlare più che a leggere, perché nel dire lasciamo aperta la porta alla sorpresa, a qualcosa che, emergendo a nostra insaputa, può dare nuova luce a ciò che c’eravamo proposti di argomentare, come è accaduto al dire di qualcuno stamattina con la felice produzione di una scrittura, di un lapsus: quel veramente mostruoso Minosauro che ci ha fatto sorridere e che mi sembra costruito in modo analogo al celebre Familionario di cui parla Freud.

Il disagio causato dalla produzione del lapsus in chi parla sta nell’avvertire che egli come soggetto non sta più nel proposito che in modo illusorio ha retto finora il suo discorso, ma dipende da quella produzione, più o meno mostruosa ma sicuramente inopportuna, da quella formazione discordante dal primo proposito, che adesso traballa.

Così io stesso vacillando potrei chiedermi con voi: “Perché da Galileo sei passato a questo?” Davvero non saprei cosa rispondere sennonché forse c’è lì, nelle connessioni prodotte, una parentela che ignoravo e che dà un taglio, a me stesso ignoto, di ciò che qui articolo.

Infine, a proposito di parentela, visto che in questa sala ci sono molti francesi, voglio dedicare a loro una riflessione sulla scienza di Lazare Nicolas Carnot, che fu ministro di Napoleone Bonaparte durante i cento giorni. La citazione è tratta da Essai sur les machines en général, 1783: “le scienze sono come un bel fiume il cui corso è facile da seguire quando ha acquistato una certa regolarità, ma se uno vuole tornare alla sorgente, non lo troverà da nessuna parte perché è ovunque; (…) allo stesso modo, se uno vuole tornare all’origine delle scienze troverà solo oscurità, idee vaghe, circoli viziosi e si perderà nelle idee primitive”. Questo passo mi sembra che ci dia proprio la dimensione della parentela che ha il soggetto della scienza con il nostro soggetto della psicanalisi.