SOCRATE L’ANALIZZANTE
Luigi Burzotta
Si narra nel Simposio che, dopo aver mangiato e bevuto ciascuno a proprio
piacimento in casa d’Agatone, i commensali abbiano deciso di discorrere piuttosto
che continuare a bere, di passarsi a turno la parola ragionando d’Amore piuttosto
che il boccale del vino, di dare prova d’argomenti nel fare l’elogio d’Amore
invece che di resistenza nell’abuso del bere. La comunità di chiacchieroni
di un banchetto è qui disciplinata con l’obbligo di ognuno a produrre
a turno un ragionamento che può dialogare con quello degli altri.
La forma del dialogo è conservata come scambio dialogico d’opinioni
ragionate e l’apporto di Socrate, sul tema a lui più congeniale, l’unico
tema su cui egli pensa di saperne qualcosa, dovrebbe garantirne l’elaborazione
in modo scientifico. Pur diversamente che nel Fedone, dove Socrate illustra
come, nel suo nuovo metodo rispetto ad Anassagora, aveva lasciato dal considerare
direttamente le cose sensibili a favore delle loro ragioni, _____, e basa
il ragionamento dialogico sulla dialettica del significante (grande – piccolo,
caldo – freddo, pari – dispari, ecc.), qui nel Simposio, nella modalità
della parola presa a turno di modo che i discorsi si innestano e continuano
l’uno nell’altro, abbiamo forse il primo tentativo di fondare un’erotica,
prescindendo però dalla questione del rapporto uomo donna: è
la logica dell’amore greco, centrata sul rapporto amante amato, maestro giovinetto,
che trova il suo culmine nel discorso di Pausania e il suo punto d’arresto
nel singhiozzo d’Aristofane, il quale, secondo Lacan, deve aver riso in modo
compulsivo sulle argomentazioni di Pausania.
La formula di Lacan, che non c’e rapporto sessuale, discende dalla scoperta
che egli ha fatto, leggendo Freud, sulla funzione della lettera e della scrittura
nella pratica dell’analisi. La stessa lettera, che egli ha scorto come istanza
fondamentale dell’inconscio e che Freud ci fa vedere all’opera nelle formazioni
del lapsus, del sogno e del motto di spirito, è quella stessa che
ritroviamo nelle combinazioni di scrittura delle formule scientifiche, dove
c’è solo rapporto tra lettere e, se non si può scrivere, non
c’è.
Il singhiozzo di Aristofane è certamente una forma di scrittura sul
corpo, di un disagio che non trova però altra attenzione al di fuori
del medico Erissimaco che, in contrasto con il suo proprio ragionamento sulla
sintonia del corpo in equilibrio con l’armonia dell’universo, gli suggerisce
di curare il singhiozzo con lo starnuto stuzzicando il naso.
Considerata questa sordità sulla funzione della lettera non ci meraviglia
come per Aristofane, che ha dovuto cedere il turno della parola a causa del
suo sintomo, perdurato forse per tutto l’intervento di Erissimaco, non ci
sia altra via da seguire che quella del mito.
Così Aristofane, non senza aver prima canzonato Erissimaco per l’evidente
contraddizione tra il suo ideale armonico e la sua prescrizione di cura,
un po’ sul serio e un po’ sul faceto sciorina il celebre mito dell’androgino,
della felice condizione sferica dell’uomo originario, spaccato poi in due
come una sorba e reso infelice dall’invidia del dio. Come dire: le cose che
finora avete raccontato sono solo chiacchiere, perché ciò che
ognuno cerca disperatamente nel corso della sua esistenza è quella
parte di sé che ha originariamente perduto.
Il forbito discorso del poeta Agatone, festeggiato anfitrione del banchetto,
precede quello di Socrate ed ha anche la funzione di introdurlo nella sua
chiusura, quella che conclude: che essendo Eros per primo bello e buono in
sommo grado, non solo ricerca per se stesso ma è causa anche per gli
altri di altre cose che hanno tali caratteristiche. Discorso fatto per ricevere
l’applauso di tutti e l’elogio di Socrate, che così può passare
ad un altro registro, quello della verità, e lo fa rivolgendo ad Agatone
una domanda alla sua maniera, “Eros è forse tale da essere amore di
qualcosa oppure di nulla?”, seguita da una sfilza di altre domande che hanno
la funzione di dimostrare la verità della prima: “il padre è
padre di qualcuno oppure no? E certamente tu mi diresti, se intendessi rispondere
bene, che il padre è padre di un figlio o di una figlia; o no?”.
Naturalmente Agatone non può che essere d’accordo sia su questa domanda
che sulle successive, se cioè la stessa cosa vale anche per la madre,
se anche il fratello, in quanto tale, è fratello di qualcuno, se non
è forse fratello di un fratello o di una sorella, se Eros dunque è
amore di nulla oppure di qualcosa, se – e si noti la svolta – Eros desidera
la cosa di cui egli è amore, se solo non possedendolo desidera e ama
ciò che desidera e ama e, di conseguenza, sia proprio necessario che,
ciò che ha desiderio abbia desiderio di ciò di cui è
mancante e invece non abbia desiderio se non sia mancante.
Il ruolo di Agatone si limita a quello di dare risposte che sono già
implicite nelle domande di Socrate e non certamente quello di rilanciare
la discussione, al punto che potrebbe essere sostituito da frasi retoriche
con le quali Socrate potrebbe rivolgere a se stesso delle obiezioni come
se venissero da un altro, senza cambiare per questo l’efficacia del suo ragionamento.
Nell’uno e nell’altro caso si tratta di un discorso che passa dall’Altro,
restando sempre colui che parla il soggetto che lo elabora.
Socrate, è vero, si riallaccia infine alla conclusione del discorso
di Agatone, che Eros è il più bello e il più buono degli
dei e ama soltanto le cose belle e non le cose brutte, ma lo fa per introdurre
l’aporia alla quale darà una soluzione nel seguito del ragionamento.
Così, partendo da ciò su cui si è già convenuto
che si ama cioè soltanto ciò di cui si è mancante e
non si possiede, pone un’ultima sequela di domande al suo interlocutore che
hanno implicite le seguenti risposte, che Eros è mancante di bellezza
e non la possiede, che allora non si può ancora dire che ciò
che è mancante di bellezza e non la possiede è tuttavia bello;
dovendo Agatone ammettere che proprio no, allora come egli ha potuto affermare
che Eros è bello? Domanda alla quale Agatone risponde che probabilmente
egli non sapeva quello che diceva mentre parlava.
A questo punto, raggiunta questa dimensione del non sapere, Socrate decide
di lasciare in pace Agatone e di proseguire da solo con un interlocutore
interno al suo discorso, Diotima, da lui identificata come la sacerdotessa
di Mantinea, e mette se stesso nella posizione di non sapere che altre volte
ha assunto qualcuno dei suoi allievi, quella cioè di svolgere il ruolo
di colui che non può che ammettere la veridicità delle argomentazioni
dell’altro, che tuttavia è ben lungi dall’essere un ruolo passivo.
Comunque dando la parola a Diotima la musica non cambia, lo stile analitico
è quello di Socrate, con il curioso risultato di mostrare se stesso,
Socrate, impacciato e a corto di argomenti.
Mi sembra di poter rintracciare qui l’atopia di Socrate. Egli non è
altrove soltanto rispetto alle convenzioni della Città che lo ha condannato
a morte, ma è sempre altrove e lo è in modo più sensibile
con i suoi seguaci, quelli che lasciando la folla si sono messi a seguire
la danza dei suoi passi, mentre lui continua a porre senza fine le sue domande
camminando, che è il suo modo di ragionare, di portare sempre altrove,
senza che mai lo possa prevedere chi lo segue.
Sta qui anche la follia di Socrate, che, accettando la morte pur di restare
sul filo sempre mobile del suo ragionamento, non situabile né dalla
folla né dai suoi, può pensare di raggiungere la fila di coloro
che sono immortali e forse continuare in eterno a ragionar coi piedi.
Ma è forse meno folle colui che, dopo aver ragionato, più o
meno a vanvera, per un numero imprecisato di anni disteso su di un lettino,
decide di prendere posto dietro di esso per dare a sua volta ascolto a chicchessia
e magari proseguire altrove in piedi, o seduto, il suo discorso, per cercare
di dare una ragione di quello che ora con altri sta facendo?
Trovo anzi proprio qui il punto di contatto tra l’attitudine di Socrate ad
assumere una posizione analizzante e quella di colui che, passato dal lettino
alla poltrona dell’analista, si alza di tanto in tanto da questa per riprendere,
con un po’ di improntitudine mista a coraggio, davanti ad alcuni che lo ascoltano
il suo lavoro di analisi. Il narcisismo nell’affare è un’arma a doppio
taglio secondo che la vince il coraggio o l’improntitudine. Lacan non faceva
mistero di questa sua attitudine a porsi in posizione di analizzante quando
si rammaricava che il numero di coloro che si radunavano per ascoltare il
suo seminario era eccessivo.
Il vantaggio di aver dato la parola a Diotima lo misuriamo immediatamente
dalla svolta che prende il ragionamento, che si mette subito dentro l’aporia
di cui abbiamo prima parlato, non per eliminarla ma per estrarre da essa
qualcosa di prezioso.
Socrate introduce Diotima con una sua domanda che non è il solito
espediente per ottenere una risposta già implicita nella domanda,
ma per riprendere dal punto in cui si era arenato il discorso con Agatone,
questa volta da una posizione di non sapere: “Che dici o Diotima? Eros è
dunque brutto e dappoco?” Domanda che è la logica conseguenza del
punto in cui egli stesso ha condotto Agatone, che Eros sia bello pur mancando
di bellezza.
Per togliere a Socrate la convinzione che necessariamente debba essere brutto
ciò che non è bello, Diotima gli fa dedurre che, anche ciò
che non è sapiente deve essere ignorante se non ci si ferma a
considerare che ci possa essere qualcosa di mezzo tra la sapienza e l’ignoranza:
“Il possedere opinioni giuste, senza essere in grado di renderne ragione,
non sai forse – disse – che non è né sapere (come potrà
essere scienza, infatti, una cosa priva di ragione?), né ignoranza
(come potrà essere ignoranza, una cosa che coglie ciò che è?)?
L’opinione giusta, orbene, è senza dubbio qualcosa di tale natura,
a mezzo tra la saggezza e l’ignoranza”.
Socrate vuole qui dare lo statuto di scienza a questo esercizio della ragione,
raddoppiato dall’intervento della saggia Diotima, come del resto precisa
altrove, nel Menone e nel Filebo, dicendo che neppure l’opinione vera sta
ferma nell’anima “finché non venga legata con un ragionamento causale”
e così diventa scienza.
Pur lontana da quello che oggi si propone come tale, la scienza di allora,
per se stessa, non era certo nelle prime considerazioni di Platone che, nel
Teeteto, intende come opinione il discorso che l’anima fa con se stessa e
in cui consiste il pensiero e in questo senso la scienza non è che
un’opinione.
Certo anche quest’ultima proposizione è attribuita a Socrate e noi
facciamo veramente fatica a distinguere ciò che è di Socrate,
al di fuori del metodo e dell’atopia, da ciò che è di Platone;
del resto anche nel Simposio, a un certo momento, presi dall’incanto della
voce narrante di Diotima, che ha preso vigore di suggestione passando per
il mito della nascita di Eros, veniamo come rapiti nel sogno del mondo platonico,
dove resteremmo appagati da questa identificazione del Bene con il Bello,
se non fossimo destati all’improvviso dall’irruzione di Alcibiade che arriva
già ubriaco da altrove con l’intenzione di rendere onore ad Agatone
per la sua vittoria nella tragedia e porta lo scompiglio nel banchetto chiedendo
di essere ammesso a bere nella comitiva.
Accolto da tutti, Alcibiade si mette nel mezzo come terzo nel triclinio di
Agatone che lo ha invitato, e, tutto occupato ad abbracciarlo, a incoronarlo
e a ricoprirlo di nastri, non vede Socrate alla sua destra e, ancor prima
di scorgere quest’ultimo, cambia le regole, ripristina l’obbligo e si proclama
capo quanto al bere, tracannando per primo tutto il contenuto di vino dallo
stesso recipiente da portata. Quanto al discorrere, dopo una breve contesa
con Socrate che ha per oggetto il bell’Agatone, Alcibiade si accorda con
Erissimaco, ma non prima di averlo avvertito che si rischia la truffa a lasciarsi
ammaliare dal ragionamento di Socrate, che può aver voluto dire tutto
il contrario di quello che ha appena detto, e quindi insieme con lui stabilisce
la nuova regola che ciascuno dei commensali farà l’elogio della persona
che giace accanto alla propria destra.
Poiché gli altri hanno già parlato, è proprio la volta
di Alcibiade che ha Socrate alla sua destra e deve pertanto farne l’elogio.
Allora egli ne vuole disegnare un profilo veritiero senza tacere sulle sue
stranezze; così prima di enumerare tutte le doti che Socrate possiede
in sommo grado a confronto con gli altri uomini, lo paragona alle statuette
scolpite dei Sileni, per il modo in cui egli si presenta nell’aspetto esteriore:
nelle fattezze fisiche, nel modo di condursi e nell’apparenza dimessa dei
suoi discorsi; ma lo paragona anche al musico e compositore Marsia, perché
quando egli “si apre” rivela il tesoro delle immagini preziose che nasconde
sotto la dura scorza da Sileno, per la capacità che hanno i suoi ragionamenti
di ammaliare chi lo ascolta. Così pur rivelando ciò che di
reale si cela dietro l’immagine apparente, tuttavia Alcibiade mette in guardia
Agatone dal non lasciarsi incantare da ciò che la musica di Socrate
sembra promettere. Socrate è soltanto una sirena: non ce n’è
per nessuno.
Rispondendo, Socrate ritorce su Alcibiade il dramma satiresco dicendo che
l’ubriachezza che egli ostenta è solo apparente perché serve
a rivestire la sua intenzione di separarlo da colui che egli stesso vuole
tenere come un oggetto prezioso soltanto per sé; così invita
Agatone a cambiare di posto e sedersi alla sua destra di modo che ne possa
fare l’elogio.
Se è vero, come vuole Socrate, che tutta la tirata di Alcibiade su
di lui ha per oggetto Agatone, è anche vero che Alcibiade è
stato davvero un demonio a scorgere questo stesso oggetto, celato all’interno
del rustico involucro esteriore di Socrate. In questo senso egli non è
soltanto il demone di Socrate ma anche il suo sintomo.
Il discorso di Alcibiade è la risonanza ambigua del discorso di Socrate,
che si è appena concluso all’arrivo chiassoso di Alcibiade e ha trovato
in esso il suo punto di arresto.
Alcibiade non sa nulla di ciò che Socrate ha detto, eppure tutto ciò
che egli dice su Socrate viene a stagliarsi come lo sfondo, l’orizzonte svelato
per coloro che lo hanno ascoltato, su cui vanno a profilarsi le parole dette
da Socrate per prendere un’altra dimensione.
Allora possiamo considerare tutta la scena dell’arrivo di Alcibiade avvinazzato,
sorretto da una flautista e da qualche altro oscuro compagno di bagordi,
come una sorta di affresco, una pittografia che non ha ancora i connotati
della scrittura; ma resta comunque un messaggio di cui, in assenza della
lettera, non sappiamo recuperare la cifra e tutto il discorso di Alcibiade
può tuttavia valere come un tentativo di lettura.
Con Alcibiade il ragionamento si allenta e la parola, libera della tensione
in cui la teneva l’argomentare implacabile di Socrate, è presa nel
giro di una vibrazione più intima, quello autobiografico della pubblica
confessione. Confessando se stesso Alcibiade intende svelare la verità
di Socrate, per mostrare a tutti su quale fondamento si regge la grandiosa
impalcatura del ragionamento socratico
L’ipotesi di un Socrate analizzante si regge soltanto sulla follia di un
ragionamento che si perpetua, rinviando la coazione a disquisire da un dialogo
all’altro, come in certi personaggi della drammaturgia di Pirandello, e trova
un po’ di tregua nell’ambiguità che ho rilevato tra ciò che
egli argomenta e il suo doppio, la significazione binaria che viene a prodursi
quando, all’improvviso, si presenta imprevisto ciò che non ci
voleva: Alcibiade che giunge a guastare la festa.
La combinatoria della lettera è assente e con essa il fenomeno della
scrittura: il ragionamento resta combinatoria di parole e non diviene risonanza
di una lettera sull’altra. Non accade mai nel Simposio che il linguaggio
divenga la superficie compatta, il muro, su cui stride il godimento della
lettera come il gessetto su di una lavagna durante la scrittura.
Non basterebbe lo spazio di queste quattro cartelle per elencare le scritture
prodotte da Lacan negli anni del suo Seminario: schemi, modelli, grafi, superfici
topologiche, nodi, algoritmi, lettere singole e combinate, neologismi… e
così via. Queste scritture sono sicuramente il precipitato di un discorso
sorretto da una grande tensione di insegnamento, ma trovano la loro ragione
e la loro origine nel luogo da cui parte questo insegnamento, quello della
parola analizzante, soggetta in quanto tale al lavoro di scrittura inconscia.
Neologismi come Sinthome, lalangue, sono delle vere scritture che contengono
sotto forma cifrata degli elementi di dottrina che hanno il marchio inconfondibile
del conio di J. Lacan, nel senso che non si può prescindere dal soggetto
che sta dietro di loro. La stessa parola fantasme, che sembra, per l’uso
ormai automatico che se ne fa, così ovvia, contiene anch’essa sotto
forma cifrata degli elementi dottrinali. L’avere designato l’es di Freud
con ça, per quanto sia accettabile come traduzione, non è poi
un calco così ovvio. Lo stesso dicasi di La Chose per Das Ding, che
diviene negli ultimi anni l’achose.
Il fatto che Lacan non si sia curato che la maggior parte di questi neologismi
sia intraducibile in un’altra lingua non si spiega ascrivendolo a una presunzione
di volere imporre il francese come la lingua della dottrina, ma con la semplice
ragione che solo parlando la propria lingua si resta più duttili ed
esposti al lavoro di scrittura.
Mettersi in una posizione di analizzante durante l’elaborazione del proprio
seminario per Lacan voleva dire prestare il fianco al lavoro dell’inconscio,
mettere in atto cioè che le parole parlano da sole senza sapere quello
che dicono, ma che dimostrano un sapere in opera quando a sorpresa si mettono
a scrivere, quando rinnovano il miracolo originario della scrittura allo
stato nascente, riproponendo quel momento fecondo nella storia del parlante
in cui qualcuno si mise a cifrare legando dei suoni a delle marche già
esistenti e permise che la lettera facesse risuonare qualcosa, in contrasto
col senso della parola nota, ma in accordo con qualcosa fino a quel momento
impossibile a dire perché urtava contro il reale.
Freud non avrebbe potuto raggiungere l’ombelico del sogno se non avesse affrontato
il reale nel proprio sogno dell’iniezione a Irma, dove la formula della trimetilamina
era la scrittura di ciò che la gola di Irma gli mostrava: che nell’inconscio
c’e un buco riguardo al sesso.
Si spiega allora perché il femminile è tenuto appartato, magari
disponibile, quando occorra, a ricevere forma come una sostanza naturale
dal lato dei maschietti, quando non sono occupati nelle loro incombenze più
serie, come in questo banchetto a stabilire chi è che forma e chi
è formato, al punto che non li sfiora mai il sospetto che proprio
là in quella cosa tenuta in disparte, in quel luogo segregato di un
godimento oscuro e senza forma non c’è propriamente sostanza, e che
solo da questo vuoto dell’acosa può edificarsi la scienza.
Facendo a meno del sembiante, vale a dire del significante che la donna,
solo con la sua presenza, viene a rappresentare nel rapporto accanto al reale
del godimento, l’amore greco non è forse un modo per rendere superflua
ogni scrittura del rapporto sessuale? Come sembiante del fallo, vale a dire
della marca tipografica, _, di quella speciale trasmutazione che ha permesso
al godimento di trasmigrare dall’organo sulla lettera, solo la donna, prendendone
i connotati, può dare posto alla lettera