La scienza e la psicanalisi faccia a faccia con il reale
di Jorge Gómez Alcalá
traduzione di Silvia Lippi
Non esiste
niente di più esatto e oggettivo del sapere scientifico, secondo i diversi
punti di vista che danno gli stessi scienziati, in accordo con il cosiddetto
« senso comune ».
Le tesi
epistemologiche si basano su tre punti principali che mi sembrano
importanti : il fatto naturale, una certa indolenza e passività critica
nel pensiero, e nell’intuizione sensibile.
Questi argomenti
« scientifici » si impongono a noi cercando di farci credere che il
sapere che apporta la scienza è qualcosa che assomiglia a una fotografia della
realtà o è una copia o un calco passivo delle caratteristiche intrinseche dei
diversi fenomeni.
Queste imagini
non nascondono che la scienza è in reatà una produzione, una costruzione
prodotta dagli uomini e non una semplice constatazione del pre-stabilito.
La scienza è, e
questo è facile da capire, un effetto e una conseguenza del pensiero platonico.
La sua
esattezza, la sua supposta certezza, ne è altro che la negazione fragrante
della sua possibilità dell’errore, dell’impossibilità di ottenere una sicurezza
definitiva e del contingente che sussiste in tutta l’esperienza del sapere,
essa si trova compromessa a causa del desiderio e del divenire umano.
In questo modo
possiamo dire che la scienza è il risultato di una determinata ogettivazione
che consiste nell’ordinare e organizzare gli oggetti, nel catturarne le leggi
del funzionamento, specialmente le sue repetizioni, facendo cosi’ sparire dalla
nostra percezione tutto cio’ che ci si presenta in modo caotico e che
inevitabilmente esce dal campo.
La scienza non
mostra come sono i fatti, come accadono le cose, ci mostra solo il
comportamento ideale delle leggi che in realtà non sono mai isolate.
Queste leggi
scientifiche non nascono mai da una lettura semplice e immediata delle forme
del comportamento del Reale.
La scienza non
dice il Reale, ma lo spiega, o almeno cerca di farlo, grazie alla teoria.
Non nasce dalla
semplice e ingenua osservazione, ma implica sempre l’esistenza di supposti
previ messi a contrasto dall’esperienza.
Cio’ che resta
fondamentale è il richiamo della teoria da parte della scienza.
L’osservazione
non è neutra e oggettiva, dipende dalla foma differente in accordo con i
presupposti che ordinano l’osservazione di ogni investigatore.
Comunque, a
paradigmi differenti corrispondono esperienze differenti che stabiliscono
categorie dissimili in relazione agli stesssi oggetti del mondo che prendiamo
come referenza.
Partendo da qui
possiamo dire che non esiste un linguaggio neutro che potrebbe rimetterci
direttamente al Reale, capace di risolvere le incongruenze che nascono, o
capace di creare le condizioni di una comunicazione fluida.
Le consequenze
sono evidenti : due teorie non possono risolvere con i loro argomenti le
loro differenze perché i loro protocolli di validità non sono omologabili.
Da cio’ si
deduce che non esiste « il » metodo scientifico, giacché questo
dipende dal suo oggetto specifico che varia caso per caso.
Le scienze non
dividono un metodo (benché questo si debba ai positivisti), ma il rigore
metodico.
Le teorie
scientifiche non sono provate, in quanto impossibili da provare. Si potrà’
sempre trovare un controesempio.
Si puo’
stabilire che una teoria è falsa, e ne abbiamo una quantità di esempi, ma cio’
è realmente impossibile da dimostrare.
Sottomettere le
teorie alla resistenza dell’esperienza è indubbiamente necessario, e non ci è
permesso di considerare valida una teoria anche se quest’ultima passa la prova.
Inoltre
potrebbero esistere diverse teorie considerate come vere sullo lo stesso
oggetto, e questo perché la scienza non avanza in modo lineare ma per rotture.
Una nuova teoria
generalmente propone un taglio, una discontinuità con le precedenti.
Una teoria
scientifica non cade a causa di un contrsempio. Se ci allontaniamo
dall’immaginazione sperimentale, si puo’ dimostrare che una teoria resiste ai
casi avversi fiano a quando non soppravviene una migliore capace di risolverli.
Nessuna teoria
cade fino a quando non ne arriva un’altra a sostituirla, dunque una teoria si
sostiene quanto più i suoi controesempi sono scarsi, e continua a essere utile
per risolvere i problemi che si pongono con la ricerca.
Gli scienziati
sono legati alla risoluzione di problemi di ricerca concreti, e di norma sono
assolutamente ignari dei presupposti teorici alla base della loro attività.
Comunque, la
maggior parte crede di aver a che fare direttamente con il reale e non accetta,
o non vuole accettare di dipedere da presupposti concettuali specifici.
Lo scienziato
non è un ricercatore di verità disinteressato, ma un soggetto concreto e
pluricondizionato che cerca, in primo luogo, di legittimarsi un posto
all’interno della comunità scientifica. Le prese di posizione diffeerrenti nel
campo del sapere sono toccate da situazioni estranee allo scienziato stesso,
che ne è al corrente.
La scienza è in
relazione con la dominazione e il potere, ha interessi specifici che
condizionano le sue prospettive, e si trova davanti delle necessità pratiche
dell’apparato politico e economico. Non diro nente di più su questo argomento
perché molti altri autori l’hanno già fatto.
Quello che è
certo è che la via positivista che domina la mentalità dei nostri scienziati è
alquanto lontana e si stacca dalla oggettività e dalla neutralità tanto
decantata.
Ma veniamo al
punto cruciale per noi psicanalisti : cosa c’è di Reale nella esperienza
psicanalitica ?
Nella nostra
teoria e nella nostra ricerca possiamo provare che il significante, la parola
in quanto tale, spinge verso un significato che pero’ non dà.
Se ne deduce che
il taglio, quello che chiamiamo scansione, constituisce una parte molto
importante dell’atto analitico.
Il taglio
analitico non ammette che il significato che il significante non ci rivela, sia
riempito da altri significanti o significazioni proposti in sostituzione del
significato che manca.
Che si produca
una svolta nel senso.
In questo modo
la psicanalisi isola il significante, lo spinge fino al Reale, lo forza a
mostrare che l’effetto inconscio che si produce sul soggetto è anteriore e
esteriore al campo della significazione.
Il significante
nel Reale opera giustamente perché non ha senso.
La sua
interazione con altri significanti aggiunge un altro senso diverso che serve ad
occultare l’essenziale : che opera nel più completo non-senso.
Analizzarsi non
vuol dire che il significante non è buono per farsi intendere, ma che serve
solo ad esprimere il sintomo, visto che il sintomo risponde alla struttura
stessa del linguaggio, impedendo il significato.
Per questo che
Lacan pensava che il sintomo è il solo a conservare un senso nel Reale.
Tutto cio’ ci fa
pensare che non si tratta di riuscire ad ascoltare o capire altro (compito
impossibile), ma di poter esprimere che non ci si intende, che non si ascolta
il godimento del significante che è nel Reale, il quale si ritrova là, in
quanto non compie la sua funzione di significato.
Percio’ il
sintomo diventa la nostra referenza clinica fondamentale, esso ci permette di
situare l’orientazione particolare che ogni soggetto trova nella vita. Questa orientazione del sintomo è
l’orientazione del Reale, l’orientazione del significante escluso, da un lato,
dal campo del significato, dall’altro, dal senso.
Come ci fa
notare Lacan, il Reale non ha senso, e comunque trova nel sintomo un
rappresentante nel campo del senso. Che si fa sentire !
Il sintomo viene dal Reale.
Lacan non credeva nel progresso. In
nessun tipo di progresso. Per questo ritorna sempre sui suoi passi.
Possiamo pensare che è per questo che sciolse la sua scuola.
Ne La troisième, Lacan ritorna su quello
che aveva detto nel ’53 durante la sua prima conferenza di Roma (Funzione e campo della parola…), nella
quale ha inrodotto i tre registri. Ritornando, quello che è ripetuto, si
differenzia. E’ una delle versioni di Lacan della ripetizione. E’ il principio
dell’atto, cioé una vera ripetizione. Mettere insieme qualcosa, in modo retroattivo, attorno al primo
avvenimento, modificandolo.
In questa
occasione Lacan riprende le tre definizioni del Reale. Nessuna è scartata.
Nessuna è migliore delle altre. Le tre son buone anche se incomplete.
La terza, come ho detto, fa
referenza al sintomo che viene dal Reale.
Nella prima
definizione, Lacan dice che il Reale ritorna sempre nello stesso posto. Questo
ci permette di fare la distinzione fra Reale e realtà.
Nel seminario su
Le psicosi, Lacan ci segnala che il
soggetto deve incontrare l’oggetto ma che in fondo non lo incontrera mai. In
questo consiste il principio di realtà. Quello che ritorna non ritorna al
livello della realtà, ma ritorna dove il soggetto non percepisce quello che
tuttavia lo riguarda. Il Reale alterato dal significante è inconscio.
La seconda
definizione cerca di abbordarlolo attraverso l’« impossibile » come
modalità logica.
E li’ appare il
sintomo nevrotico come « l’unica soluzione dell’impossibile ».
Il campo della
realtà, che è il campo del fantasma, è il campo in cui « tutto è
possibile », perché non succede. Per questo la radice Reale del sintomo,
che si scioglie grazie all’analisi a partire dalle sue verità nascoste, il
sintomo del Reale, ci sveglia di soprassalto.
Comunque
l’analisi non è un ritorno a uno stato anteriore come sognano le psicoterapie e
i loro epigoni. L’analisi permette una vera ripetizione, nella certezza che lo stesso, ripetuto,
differisce.
Ma non solo.
Lacan nella sua ultima versione che dà della ripetizione, ci dice che è una
commemorazione. E quello che si commemora, come si puo’ indovinare, è questo
primo momento traumatico dell’incontro con il Reale.