Questo è davvero reale.


Alain Harly


1. 1 Vogliamo acchiappare  la luna?

    Quando mia nipotina Anna, ancora sotto i tre anni, mi sollecitava a fare una passeggiata notturna per  guardare la luna e magari acchiapparla, non resistevo a lungo e, in qualsiasi stagione, purché il cielo fosse limpido, con delizia davamo inizio all'avventura. Dimostrava allora una vera passione per questo pianeta, chiedendo con insistenza "dov'è la luna?", rassicurata quando potevamo scorgerla anche un istante tra due nuvole, e addirittura estasiata quando facevamo finta di prenderla con la mano, "ecco che l'ho presa", poi di perderla e di riacchiapparla, ecc…

II. Puntare l’indice/mettere all’indice

    Tutt'altro  succede con questa bambina di circa 5 anni, chiamiamola Manon, che sua madre conduce da me "per farla parlare". Si mostra invero particolarmente discreta, e nonostante due occhi azzurri brillantissimi dietro gli occhialini, appare come una bimba molto inibita nei movimenti come nel parlare. Usa pochissimo la voce, il più spesso si accontenta di mimiche o di atteggiamenti per "dire" qualche cosa; le sue domande le rivolge essenzialmente mostrando col dito un oggetto, un gioco, una porta per indicare e esprimere il suo volere.
    Un sordo si comporterebbe molto diversamente, e per indicare un oggetto, perfino una parte del proprio corpo, non farebbe il solo gesto di "puntare a", ma agiterebbe più volte il dito  in una sorta di negazione dell'oggetto che serve a nominarlo.

III. "Questo" non è reale.

    Sono solo 4 secoli da quando Galileo, allora docente di matematica a Padova (1592) fu informato dell'invenzione nei Paesi Bassi di uno strumento ottico dal quale si sperò all'inizio un'utilità militare. Si sforzò di migliorare questo tubo ottico e, dopo numerosi tentativi, presentò il suo cannocchiale  olandese ad alcuni esperti di Venezia (1609). Malgrado avesse ottenuto un ingrandimento notevole, la sua invenzione non ebbe l'accoglienza sperata.
    Non si lasciò sviare dai suoi propositi e dopo avere migliorato la potenza d'ingrandimento, egli prese di mira la luna e gli astri. Già nel marzo 1610 pubblicava il Siderius Nuncius (Il messaggero celeste) che conteneva abbastanza novità  da rivoluzionare le conoscenze astronomiche ammesse finora. Un lungo commento relativo alle sue osservazioni sulla luna si soffermava sulle somiglianze tra la Terra e la Luna. Ci si ricorderà che proprio l'affermazione di una sostanziale identità tra gli astri, inclusa la terra, ebbe un forte peso nella condanna al rogo di Giordano Bruno, appena dieci anni prima, nel 1600. L'opera conteneva molte altre idee audaci che sconvolgevano il posto della terra nell'universo. E’ ben noto il seguito della storia  di quest'uomo e del suo talento, e del prezzo che tale rivoluzione gli costò.
    Vogliamo solo sottolineare, al di là dei dibattiti astrologici e teologici, quanto poco avesse persuaso l'osservazione compiuta grazie al cannocchiale. Alcuni sospettarono Galileo di avere prodotto  illusioni ottiche, di essere  un po’ ciarlatano o mago: quel che appariva nella lente non poteva essere reale, "questo" non era reale.

IV "Procedo mascherato".

    Non è una citazione estratta dalle memorie di Casanova ma di quelle di Cartesio. Di certo, egli fu  uomo prudente e ben sapeva che suo messaggio era altrettanto se non più pericoloso di quello di Galileo:  non era solo il sistema degli astri ma il cosmo intero ad essere sconvolto.
    Il suo metodo che si proponeva di "portare la natura umana al suo più alto grado di perfezione" era una macchina di guerra contro aristotelismo e scolastica. Ma esso attaccava anche lo scetticismo di Montaigne il cui dubbio sfociava nel vuoto e produceva l'inerzia. All'epoca del famoso episodio della stufa (inverno 1619-1620), egli si accinse a fare tabula rasa, ad iniziare a filosofare "come se nessuno ancora lo avesse fatto", a costruire per la prima volta un vero sistema delle scienze.
    A questo scopo intraprese di restituire alla mente la purezza e la perfezione "originarie" (forse voleva dire quelle del bimbo supposto non pervertito dai falsi saperi?). Il dubbio, ben si sa, svolgerà nel Metodo un ruolo attivo e radicale nel discernimento della verità. Esclude dalla  scienza tutto ciò che non è "idea chiara", compresa  ogni idea pervenuta dal mondo dei sensi. In pratica, ciò conduce a dichiarare che è chiara solo la matematica o quello che può essere espresso attraverso la matematica.
    Per conoscere il reale, bisognerebbe quindi inibire gli organi dei sensi - condannabili perché atti a ingannarci  - rivolgere l'attenzione verso di sé e cercare nella  propria mente le idee chiare. E' così che si troverà il fondamento delle scienze.
    Ciò richiede da un lato, il riconoscimento di un valore reale alla matematica, d'all’altro, il sostegno di una metafisica. Bisogna quindi raddoppiare l'operazione del dubbio fino a dubitare del ragionamento e dell'intuito intellettivi, perfino della nozione d'idea chiara e distinta. Importa spingere fino in fondo gli argomenti degli scettici, giungendo a ipotizzare che uno spirito maligno potrebbe ingannarci sempre e ovunque.
    Se questo spirito m'inganna, facendo che io sbagli, devo essere io a sbagliare avendo queste idee. Così, esisto anche se m'inganno. Nonostante le mie idee siano false, resta certo che io ho delle idee. Ogni volta quindi che emetto un giudizio, che dubito o che sbaglio, ho però la certezza che "sono".
    Non sfugge a Cartesio che la realtà e la sua durata coincidono con il suo enunciato. "Sono, esisto: questo è certo; ma quanto tempo? Se smettessi di pensare, smetterei immediatamente di essere e di esistere".
    Un essere che pensa, che dubita, che nega , è un essere imperfetto e finito, e lo sa per potere fare questa esperienza dell'imperfezione e del finito. Ma ciò può essere concepito solo a partire dall'idea d'infinito e di perfetto, cioè a partire dall'idea di Dio.
    Sottolineo, per concludere questi richiami a Cartesio, quanto primordiale  nella sua logica è l'idea del finito, e come solo attraverso un'ascesi del dubbio e della negazione, lo spirito riesce a liberarsi dall'errore e a concepire il finito secondo idee chiare.
    Fermiamoci un istante sul discorso cartesiano che non manca di evocare una riduzione quasi mistica dove il soggetto si libera da ogni realtà sostanziale per diventare il luogo di un puro atto di pensiero.

V. Esiste un nuovo soggetto della scienza?

    Lacan stimerebbe che il soggetto della psicanalisi è il soggetto della scienza, ciò che non è ovvio ma diventa più comprensibile se, come lui, ci rivolgiamo a Cartesio il quale pose la distinzione tra sapere e verità: conserva  un ruolo alla divinità non tanto per prudenza politica quanto per scaricare il peso della Verità sull'Altro. Così la scienza può svilupparsi, contrariamente a ciò che si verificò nell'Antichità e nel Medioevo, senza preoccuparsi della verità dei suoi fondamenti. Il formidabile successo delle scienze rende obsoleta la questione, perfino quando il campo della matematica che dava al sapere la sua garanzia giunge a dimostrare i propri limiti, come fa Kurt Gödel. Si potrebbe forse dire che la scienza moderna non vuole saperlo, legittimata dal successo delle sue applicazioni tecniche?
    La scienza afferma essere scienza del reale, ma in quanto causa efficiens. La certezza dei contemporanei non è più quella di Cartesio., il "reale" ha preso il senso del dato di fatto e si presenta come apparenza semplice o pura opinione. Per realtà s'intende "la cosa presente che da sé si mette in evidenza" dice Heidegger . "Il reale si dà ormai come oggetto" in cui la relazione soggetto-oggetto cancella tanto l'oggetto quanto il soggetto.
    L'enunciato "questo è proprio reale" identifica  un "questo" e un "reale", vera "olofrase" che riduce la distanza tra S1 e S2 i cui effetti sintomatici possono essere individuati tanto nel campo della nostra cultura quanto nella soggettività contemporanea. Sono questi effetti sintomatici  che danno nuove forme alla clinica in una economia psichica rinnovata .

VI. Un ritorno della certezza sensibile?

    Potremmo in effetti chiederci se un effetto paradossale del successo del discorso della scienza non sarebbe quello di reintrodurre al livello della soggettività la sensibilità come forma della certezza.
    Il contenuto concreto della certezza sensibile le dà l'apparenza di una conoscenza più ricca e vera nota Hegel nel primo capitolo della Fenomenologia dello spirito  dove analizza "das Diese" ( il "questo"). Con la certezza che l'oggetto è "in tutta la sua pienezza" davanti alla coscienza, quest'ultima si riduce a  mero io, "ci sono" come mero "questo qui", mentre l'oggetto vi sta come mero "questo". Se la coscienza tenta di interrogarsi sul proprio oggetto, deve ammettere che il "questo" più concreto è in effetti un puro universale.
    Quando il soggetto della certezza sensibile tenta di uscire da sé stesso e di precisare ciò che vuole dire, fa l'esperimento che ciò che credeva di afferrare con il gesto di mostrare non è in effetti che un processo di mediazione. Abbiamo già una vera e propria dialettica che contiene in sé stessa una negazione. La coscienza primitiva che vorrebbe porsi in assoluto è già presa in una storia.
    Fondamentale per il nostro discorso il fatto che fu a proposito del "Questo" che Hegel concepì per la prima volta la dialettica della Aufhebung: il "Questo" è dunque posto come il "non questo" o come superato. Il “superato” presenta un significato doppio, ha insieme il significato di negare e di conservare. Inoltre ci ricollega all'indicibile del linguaggio nella misura in cui il volere-dire, la meinung, necessariamente resta non detto in ogni dire. Il superamento dell'indicibile della certezza sensibile passa attraverso l'esperienza dell'impossibilità di dire ciò che vogliamo dire.
    Eccoci molto vicini alla die verneinung freudiana; ma dov'è andata per la post-modernità questa dimensione della negatività necessaria per assicurare al reale sua funzione di verità? Non si potrebbe considerare che le nuove forme di violenze sociali, gli attacchi al proprio corpo (bulimia, anoressia, scarificazioni), il rifiuto dell'esperienza umana con la tossicomania, sono espressioni della destrudo, della pulsione di morte, in quanto il campo simbolico non riceve né investe più questa negatività nella dialettica dell' Aufhebung?

V. Dov'è andata allora la trascendenza?

    Non è un caso se ritroviamo all'inizio della Fenomenologia dello spirito il problema dell' "indicare" e del "questo". E' uno dei temi originari della filosofia, già presente in Aristotele.
    Dal punto di vista grammaticale si tratta di un pronome dimostrativo e Benveniste lo chiama "indicatore dell'enunciato". Il suo significato si definisce unicamente attraverso il riferimento all'istanza del discorso che lo contiene. In questa prospettiva, come gli altri indicatori, si presenta come un "segno vuoto" che potrà essere riempito solo quando chi parla l'assume in un'istanza  di discorso. In qualche modo, nel momento in cui sorge un "io parlo", esso permette il passaggio dalla lingua alla parola.
    Jakobson riprende questa definizione e lo classifica tra i shifters la cui funzione è di articolare il passaggio tra significazione e indicazione, tra lingua (codice) e parola (messaggio). I pronomi, prima ancora di designare oggetti reali, indicano che il linguaggio è in atto. Riferendosi all'avvenimento linguistico, essi permettono che qualche cosa possa essere significata.
    Per Giorgio Agamben, tale dimensione che i linguisti individuano come la conversione della lingua in parola è semplicemente ciò che la tradizione filosofica ha nominato "l'essere" . I shifters indicano in ogni atto di parola la mera istanza dell'essere-al-mondo, e mentre la certezza sensibile crede di potere afferrare sua Meinung, il suo "mirare a questo" , non rivela invece che la trascendenza dell'essere in rapporto all'essendo.

VI. In conclusione.

    Finché ci saranno dei bambini capaci di giocare a "prendere la luna", cioè in misura di prendere gioco della certezza sensibile, di potere oltrepassare la negatività dell'oggetto, si può pensare che nel nostro tempo, in cui  il cielo  vuoto di divinità è ingombro di oggetti prodotti dal discorso della scienza, sia possibile ridefinire il trascendentale appoggiandosi al fatto che l'uomo resta "essere di linguaggio".
    Ogni atto di parola, ogni indicare, ogni esperienza della voce, ci dà appuntamento con la negatività, la discontinuità, con la storia e il sapere. Se non accettiamo più la soluzione cartesiana di riversare sull'Altro il peso della Verità, dobbiamo accettare la sua lacaniana “ex-sistence” e trovare nel e con l'experimentum lingae – dello stesso ordine essendo il mostrare come ha provato Lacan con il nodo borromeo - quanto serve a fondare una logica, una topologia e dei matemi che inizierebbero dai tentennamenti dell'esperienza del linguaggio e lascerebbero all’  luogo dell'Altro una frattura.


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