Il dramma soggettivo di Cantor
Virginia Hasenbalg
Il dispiegarsi del discorso scientifico alla fine del XIX secolo ha radicalmente
sconvolto il campo del sapere con l'introduzione di verità nuove che
urtavano il buon senso comune finora fonte del legame sociale. Le scoperte
di Pasteur, tra altre, dimostrando che la vita non poteva derivare ipso facto
dalla "non vita" come sosteneva la teoria della generazione spontanea ben
radicata nella credenza dell'epoca, gli attirarono tra i medici l'ostilità
dell'establishment.
In Science et vérité Lacan evoca il dramma soggettivo dello
studioso che a volte può portarlo fino alla follia. Cantor,
matematico di spicco che terminò i suoi giorni all'asilo psichiatrico,
sarà l'occasione di interrogare questa soggettività. La fine
del XIX secolo e l'inizio del XX° hanno visto una svolta per la matematica.
A. Warufsel, autore d'opere di sintesi sulla questione, nel 1969 riferì
sul detto periodo con una evocazione delle corse automobilistiche,
dove, alle lunghe corsie diritte succedono curve strettissime, ciò
che obbliga a giocare abilmente del cambio per non essere proiettato fuori
pista prima di potere ritornare a pieno regime. I matematici di professione
sono di nuovo sulla linea retta, non senza avere all'inizio di questo
secolo, rotto qualche motore e perso qualche pilota (1).
Quale è l'incidenza di questa novità tanto drastica del sapere
sul soggetto? E' possibile rendersene conto?
Cantor esprime matematicamente l'infinito attuale, chiamato Aleph,
definendo in tale modo un approccio nuovissimo all'oggetto matematico,
il quale dai Greci finora, non era riuscito ad emanciparsi dalla nozione
di misura. La misura assicurava una presa sul mondo sensibile.
Dall'inizio delle sue ricerche Cantor ricorre alla geometria proiettiva (Steiner
1796-1863). Ne prende a prestito il significante di "potenza" per nominare
la sua ipotesi della potenza del continuo. La geometria proiettiva dimostra
che nel lato di un quadrato, cioè un segmento, vi sono altrettanto
punti che nella superficie del quadrato, visto che tutti i punti della superficie
possono essere proiettati sul segmento. Ne deriva che la parte può
essere grande quanto il tutto, una dirompente contraddizione con le certezze
derivate dalla percezione.
Tutto ciò non è senza rapporto con la logica del significante,
che appartiene anche essa ad una sfera situata fuori dalla percezione del
mondo fisico. Non ci si sorprenderà di vedere Lacan, a proposito del
significante, evocare l'infinito attuale:
il significante è questa cosa che, entrando nel reale, vi introduce
qualcosa fuori misura, ciò che alcuni hanno chiamato infinito attuale
(Lacan, 5/1/66).
Orbene, quest'infinito attuale, di cui parla Lacan, fino a Cantor apparteneva
all'ambito della teologia o della filosofia. Nel definirlo matematicamente,
Cantor lo sottrae alla sfera della metafisica per farne un oggetto scientifico.
Questa definizione matematica è basata su una deduzione resa possibile
tenendo conto dei numeri irrazionali, cioè di quei numeri non corrispondenti
a frazioni perché aventi un numero infinito e non prevedibile, non
ripetibile, di decimali.
Già con i Greci, si pose all'intelligenza umana una questione puramente
teorica ma che toccava l'essenza stessa della matematica: esiste una frazione
che sia esattamente la misura della diagonale del quadrato del lato unitario?
(2). Numeri irrazionali come ÷2, P, il numero d'oro, per citare solo
i più anticamente conosciuti, sono numeri che non possiamo finire
di scrivere. Per P per esempio, i computer hanno calcolato fino ad oggi 6
miliardi di decimali. Si potrebbe dire che sono numeri che oscillano tra
il "non smettere di scriversi" (dell'ordine della necessità) e il
"non smettere di non essere scritti" (dell'ordine dell'impossibile).
C'è qui dunque un impossibile che i Greci non potevano dimostrare.
Solo con Cantor il numero irrazionale è diventato un oggetto matematico.
Le conseguenze di questa dimostrazione sono enormi (3).
Finché l'impossibile non è dimostrato si può vivere
nella speranza di trovare un giorno il rapporto razionale, la ratio, la frazione
che lo rappresenta. I Greci potevano solo intuirlo, ciò permetteva
loro di vivere nell'illusione del possibile, nell'illusione della possibilità
di trovare la frazione che avrebbe calcolato ÷2, oppure che era possibile
trovare l'ultima decimale che permetterebbe di giungere alla cifra che avrebbe
posto fine all'enumerazione. Questa illusione può essere intesa come
l’alibi dell'incapacità, espressa sia nella dimensione temporale -
ciò che non è possibile oggi lo sarà forse domani, idea
sempre inerente alla pratica scientifica – sia nella spazialità
- ciò che non so, forse un 'altro, l'Altro, lo saprà. Si trattava
di Dio che vietava il pensiero dell'infinito attuale, o si trattava della
funzione del soggetto supposto capace di conoscere?
Quando Cantor matematizzò il campo finora riservato alla religione
- solo il regno di Dio poteva ricoprire l'infinito in atto - egli varcò
una soglia, non senza pagare il dazio.
Fino a Cantor, non fu necessario assumere quest'impossibile. Non fu necessario
sottoporsi alle conseguenze logiche di questa dimostrazione. Con lui, la
frattura con il mondo greco fu in qualche modo consumata. La nozione stessa
di frattura, definita da Dedekind, suo collega e amico, inaugurò tale
sconvolgimento. Infatti, Dedekind trovò una proprietà o funzione
dei numeri irrazionali che rovesciò il senso dato ad essi fino ad
allora. Invece di offrire l’immagine dell'inafferrabilità sotto forma
di una quantità infinita di decimali, il numero irrazionale definisce
ora una frontiera, un limite che divide due campi. La serie infinita dei
decimali produce una "frattura" delimitata da due numeri razionali, quello
appena precedente e quello subito successivo, che appartengono a due categorie
distinte.
L'infinito potenziale, da Cantor chiamato Aleph , rimane invece quello
dei numeri interi, dei razionali, componendo una serie definita da una funzione,
n+1 per i numeri interi per esempio. Si tratta dell'infinito che immaginiamo
intuitivamente non raggiungibile perché infinitamente lontano. Quest'infinito
caratterizzato anche dal fatto che può essere numerato è il
solo riconosciuto dai matematici della corrente de "finitisti" .
Gauss, nel 1831, scrisse dell'orrore provato per il concetto dell'infinito
attuale che egli chiama "completo": contesto l'uso d'una grandezza infinita
come un tutto completo (…). L'infinito è solo un modo di esprimersi,
suo vero senso è quello di un limite al quale certe frazioni (ratios)
si avvicinano indefinitamente mentre altre se ne allontanano senza restrizioni.
(5)
Nel 1886 Cantor mostra di condividere e simultaneamente criticare la
posizione di Gauss: malgrado la differenza essenziale tra i concetti d'infinito
potenziale e attuale - il primo significa una grandezza finita, variabile
che aumenta al di là di ogni limite finito, mentre l'altro è
una grandezza fissa, costante che si trova al di là di ogni grandezza
finita - troppo spesso c'è confusione tra i due concetti (5).
Gauss non poteva pensare l'infinito altrimenti che in termini di completamento
e di distanza. L'avvicinarsi e l'allontanarsi svelano che egli pensa nei
termini dell'infinito potenziale, cosa probabilmente in armonia con la sua
formazione di fisico ancorata nel mondo sensibile.
Ciò che Cantor dice invece è che l'infinito attuale è
un punto fisso al di là di tutte le grandezze finite. Non è
senza somiglianza con il concetto del fallo come punto fisso. Ma, lo sente
Cantor in quanto significante?
Nessun studioso di Cantor può esimersi di parlare di Kronecker, suo
insegnante a Berlino precursore della scuola costruttivista, che respinse
con violenza le sue scoperte. Kronecker, esponente noto della corrente finitista,
all'epoca dominante considerava le asserzioni di Cantor come impostura
e blasfeme.
Una frase lapidaria riassume la sua posizione: "dio ha creato i numeri interi;
il resto è opera dell'uomo". Secondo Kronecker, la matematica doveva
costruirsi a partire dai numeri interi, utilizzando solo le combinazioni
aritmetiche finite di questi numeri interi (…). Si oppose ad ogni definizione
di oggetti matematici dove intervenisse la nozione di limite. Secondo
lui, sarebbe stato un bene abbandonare i numeri irrazionali accettati da
secoli dai matematici, finché non si sarebbero saputo costruirli
a partire dai numeri interi naturali, come si procedeva per i numeri razionali.
(J. Dauben, (4). L'atteggiamento di Kronecker, che rifletteva quello della
sua epoca, si fondava sull'irrefutabile. Un analista non resta indifferente
alla certezza data da tali significanti come "intero" o "irrazionale".
Cantor conosceva la posizione del suo vecchio professore. Sapeva che essa
garantiva alle dimostrazioni matematiche una sicurezza e una correttezza
assolute (…). Tuttavia, Cantor pensava che la posizione di Kronecker era
esagerata perché censurava in modo troppo drastico la maggior parte
dei progressi in matematica; inoltre la posizione costruttivista intralciava
i progressi delle matematiche chiudendo l'innovazione in una botte metodologica.
(5)
Mentre Kronecker era convintissimo della validità della sua visione,
Cantor invece stentava a credere egli stesso a ciò che formalizzava
come "suo malgrado", come se l'articolazione puramente logica s'imponesse
a lui oltrepassando il suo pensiero. Lo vedo ma senza crederci, scrisse in
una lettera a Dedekind, in cui gli chiedeva di confermare la pertinenza della
propria scoperta.
Weierstrass scrisse, Kronecker usa la sua autorità per proclamare
che tutti quanti hanno finora lavorato per stabilire la teoria delle funzioni
sono peccatori davanti a Dio. Più avanti cita: Se il tempo e la forza
mi saranno date, mostrerò io stesso al mondo della matematica che
non solo la geometria ma pure l'aritmetica possono indicare la via verso
l'analisi, e certamente nel modo più rigoroso. Se non
riesco a farlo, altri dopo di me lo faranno…e riconosceranno la scorrettezza
di tutte quelle conclusioni con le quali la cosidetta analisi (matematica)
lavora oggigiorno…Weierstrass sottolinea il "tutti" usato da Kronecker in
una lettera indirizzato nel 1885 a Sonja Kowalewski, sua allieva (5). I suoi
accenti rilevano più del registro dell'ideologia che della scienza.
Ma il confine tra scienza e convinzione s’ assottiglia tanto più quanto
il dibattito s’inserisce in una lunga storia che riguarda la concezione stessa
della matematica – il contrasto tra finitisti e infinitisti risale all’Antiquità
ed è immancabilmente evocato in tutti gli autori consultati. La posta
in gioco prende un aspetto letteralmente paranoico a proposito del concetto
di numero: esistono i numeri irrazionali?
Bell si esprime in modo interessante: i matematici finitisti sono coloro
che dicono “noi possiamo”, mentre gli infinitisti dichiarano “esiste” [il
numero]. Per i primi, le matematiche sono pura invenzione umana. Gli infinitisti
invece credono che le matematiche abbiano una esistenza propria e che s’incontrano
alcune verità eterne delle matematiche nel corso del viaggio della
nostra esistenza. Questi ultimi dicono, esistono, gli altri replicano provatelo!
Bell esplicita questa discrepanza citando il Nuovo Testamento: Cristo afferma
che esiste il Padre, Filippo (?) risponde, Mostra che esiste e ci basterà.
(5)
Tenendo conto di tali divergenze, Kronecker, nell’ambito della sua sfera
d’influenza che non era irrilevante, bloccò nomine e pubblicazioni
fatte da Cantor. Il clima d’ostilità giunse agli insulti. Non è
tanto la persona di Kronecker che interessa qui quanto ciò che rappresentava
attraverso il suo potere effettivo: la resistenza del legame sociale
al disagio introdotto dall’arditezza della concezione di Cantor.
Vi era in Cantor molto coraggio o molta follia a sostenere da solo
contro tutti la sua tesi, che sosteneva una nuova definizione dell’impossibile.
Nella produzione del suo “matema” intravediamo un modo di non cedere niente
del proprio desiderio. Per fare ciò egli sposta “l’indécidable”
verso istanze dove il senso, il significato e l’immaginario gli permettono
di assestarsi su una posizione moïque: il suo delirio. La sua posizione
in favore di Bacon nel dibattito Bacon-Shakespeare, poi verso la fine della
sua esistenza la tesi teologica in cui afferma di sapere chi è il
vero padre di Gesù, ne portano testimonianza. I suoi deliri non l’
impedirono di continuare fino alla fine di condurre in parallelo
una ricerca accanita sull’ipotesi della potenza del continuo.
Molti autori si sono interessati alla vita di Cantor. La comparsa di un delirio
paranoico in colui che ha prodotto una svolta radicale nelle matematiche
pone la questione della soggettività, della sua costituzione e del
suo “annodamento”.
Freud diceva che i nevrotici vivono in un mondo dove si paga con la sola
moneta nevrotica. La soggettività di Cantor gli permise forse di emanciparsi
dai limiti della nevrosi e di percepire con acuità ciò
che diversamente sarebbe stato rimosso? Oppure la sua paranoia è
stata invece la conseguenza ultima del tipo di rapporto con il sapere istaurato
dalla sua scoperta? In altre parole, si tratterebbe di una psicosi che favorisce
la chiaroveggenza in matematica, oppure sarebbe più esatto immaginare
che la produzione di un sapere radicalmente nuovo possa causare un (vortice)
décapitonnement in colui che lo percorre per la prima volta?
La distinzione che fa Lacan nel Seminario sull’Atto tra invenzione e scoperta,
introduce qui la questione della natura del sapere prodotto: se questo sapere
esisteva prima di essere scoperto, chi lo sapeva? E’ forse un sapere che
sorge dall’inconscio dell’autore – come pensa Lacan analizzando Cartesio,
Pascal o Marx? Il plusvalore di Marx indica che egli sa qualcosa, incoscientemente,
sul più-di-godere che Lacan vi ritrova, e che corrisponde al
luogo del rimosso. Una lettura in chiave psicoanalitica non può esimersi
dal considerare il soggetto a monte o a valle dell’opera, soggetto che svela,
suo malgrado e attraverso la scrittura, i segni della sua struttura soggettiva.
La natura del sapere matematico, estremamente povera di contenuto immaginario,
è tale da rendere più fragile colui che esce dalle strade conosciute?
All’inizio del suo insegnamento, Lacan evoca lo stabilimento idro-elettrico
per dire che si tratta di una realtà che non è una forza, o
un’energia oscura del mondo sensibile, ma di un significante incompreso
e di già là. Così è la posizione analitica resa
possibile in un momento dato: il sintomo essendo messaggio da decifrare,
indirizzato all’analista in quanto parte dell’atto analitico.
Un sapere che preesiste nel reale è, dice Lacan, come la serie di
lettere all’origine della produzione dell’energia. Il reale è così
definito in quanto risultato di un’operazione simbolica, risultato dell’incidenza
del significante. Questo vuole dire che è stato necessario uno sfondamento
del simbolico per tradurre il mondo sensibile in una serie di lettere. Ora,
il matematico del XIX° secolo è appunto il “traduttore”, colui
che ha aperto la via a ciò che ispira sua metafora a Lacan.
Ma cosa avviene del traduttore, è forse egli stesso traducibile in
una serie di lettere? Può egli in conseguenza del suo
sapere giungere ad uno scollamento dal mondo sensibile? In altre parole,
è possibile raggiungere [tale sapere] senza passare attraverso l’analisi?
Per Cantor, tale incompreso preesistente era dunque gia significante
o lettera, apparteneva alla sfera dell’inconscio; era forse organizzato
dal significato fallico?
Oppure invece: questo “reale” non era “annodato”, non era ordinato dal fallo,
era un “reale” che egli inventò facendo saltare in aria lo zoccolo
duro della finzione fallica della sua epoca, del consenso sociale e dell’ordine
stabilito? O semplicemente la base del “nodo” proprio? Si potrebbe dire che
bisognava essere pazzo per essere andato fin dove andò e che,
tra altro, nessuno era in grado di recepire in tutto le sue conclusioni.
Nell’analisi, è impossibile contemplare un andare avanti nella conoscenza
della struttura senza un “transfert”, senza indirizzarsi verso l’Altro: questo
luogo di cui l’ultima parola consiste in un vuoto irriducibile.
Cantor scosse la fede assoluta nella logica dei numeri interi, razionali,
naturali…Non si potrebbe scorgere nella sua formalizzazione dell’infinito
la percezione d’una logica altra, capace di rapportarsi diversamente del
pensiero solito dell’epoca all’alterità tout court, che caratterizza
l’ordine del significante? Certamente egli aggrediva le fondamenta d’un magistero
componenti una prigione metodologica, ma è anche probabile che da
tali fondamenta procedeva il significante fallico come era iscritto nel legame
sociale prima dello sboccio del discorso scientifico moderno. Un S1, che
in questa veste decide di ciò che si deve respingere, non poteva non
intuire una minaccia in una formalizzazione dei numeri irrazionali che introduceva
nel campo numerico un alieno, l’Heteros.
Sapeva Cantor che il suo sapere matematizzava un esito alle impasse della
soggettività, con il fare rientrare nel quadro del possibile ciò
che finora non lo era stato?
L’infinito in atto, attuale, permette di mettere un termine alla logica dell’infinito
potenziale nel procrastinarsi dell’ossessione.
La transfinitizzazione della domanda permette un raccordo tra gli innumerevoli
giri della domanda attorno al “tore”.
Il tenere conto del numerabile caratteristico dell’Aleph zero permette di
situare il “non-tutto” proprio del femminile e del desiderio dell’analista.
Sembrerebbe che il concetto d’infinito come atto laicizzato, in quanto
confine non raggiungibile nell’ambito di un sistema chiuso, sia proprio la
concettualizzazione del fallo. Eppure è mancato proprio in colui che
portò questo concetto alla scienza. Sarà forse a causa di un’
assiomatica che si concatenava fuori di ogni senso?