La colonizzazione scientifica
dell’ignoranza
de Baudouin Jurdant
traduzione
di Silvia Lippi
Nel momento in cui in Francia, la psicanalisi è oggetto di attacchi virulenti, non è certo inutile cercare di comprendere meglio il fondamanto ideologico e epistemologico dei modi che caratterizzano la sua pratica e le escrescence teoriche generate da essa.
Possiamo partire da questa formula, spesso citata da Jacques Lacan, quando afferma che la psicanalisi « non si è mai distaccata dagli ideali di un certo scientismo, del quale porta il marchio, un marchio che non è contingente, ma essenziale. »(Scritti, pag. 857 dell’édizione francese).
Mi sembra che per poter comprendere questa formula, bisogna rivenire sul concetto di « scientismo », l’ideologie scientifica che si esprime in certe opere della fine del XIX° e dell’inizio del XX° secolo, e di cui l’espressione filosofica ―giustamente― sembra essere caduta in disuso. Chi oserebbe oggi rivendicare la filiazione allo scientismo di autori come Renan o Le Dantec ? Credo che comunque non sia inutile leggere questi autori, per rendersi conto dell’ideologia di cui la psicanalisi, secondo Lacan, porta « il marchio ».
Rivenire sul scientismo certo, ma anche e soprattutto forse, su quello che ha fatto dello scientismo una ideologia dalla quale nessuno puo’ scappare, oggi come ieri. Vorrei evocare qui il ruolo della volgarizzazione scientifica in questa specie di propagazione dell’ideologia scientista. E’ infatti attraverso la volgarizzazione che l’insieme della sociétà nel XVII° et XVIII° secolo scopre un certo numero di scienze che s’indirizzano direttamente ai profani, a tutti coloro che, pur non essendo uomini di scienza, sono supposti tirare profitto dalle nuove forme di rappresentazione delle cose offerte dalla scienza.
Di norma, la volgarizzazione scientifica è là per colmare la distanza che esiste fra i sapienti e tutti gli altri, per fare passare qualche briciola di sapere dei sapienti al popolo, nel linguaggio del popolo stesso (si dovrebbe dire « nei linguaggi del popolo » !). Alla maniera di un prisma, la volgarizzazione scientifica dovrebbe decomporre il fascio di luce bianco della scienza pura nelle sue molteplici componenti colorate, dove ogni componente colorata corrisponde a una fascia sociale caratterizzata dal proprio livello d’istruzione iniziale e lo stile linguistico corrispondente.
Ma le numerose ricerche hanno mostrato che questa trasmissione popolare del sapere è illusoria e che, quando certi elementi sono effettivamente trasmessi, questi sono sottomessi à delle inevitabili distorsioni che li rendono irriconoscibili agli occhi di coloro che sono all’origine di questi dati elementi. Tutti hanno sentito parlare dei buchi neri e del big bang ma quello che puo’ eserci di scientifico dietro queste nozioni familiari è generalmente perduto.
Non è l’effetto didattico aleatorio que deve meritare la nostra attenzione, ma piuttosto la maniera in cui questa letteratura di volgarizzazione a un impatto sull’ignoranza del profano. Essa non sopprime questa ignoranza, affatto.
Esaminiamo per cominciare di che cosa è fatta questa ignoranza del « grande pubblico », come si suol dire. Si tratta di trovare il piu’ grande denominatore comune de l’ignoranza. Non è difficile quindi vedere che la questione sottostante a questa ignoranza comune è composta da grandi interrogativi ―senza risposta― che ci ossessionano non appena acquistiamo la parola : da dove viene la vita ? da dove viene il mondo ? da dove veniamo noi ? (gli interrogativi cosmologici), cosa è la morte ? quando sarà la fine del mondo ? quali catastrofi incombono sull’umanità ? (gli interrogativi escatologici), cosa è l’uomo ? chi sono ? sono normale ? (gli interrogativi antropologici). Tale è il fondo dell’ignoranza che nello stesso tempo, è anche, come possiamo notare, il fondo del commercio teologico delle religioni. Questo fondo d’ignoranza costituisce la trama del desiderio di sapere, della libido sciendi, sfruttata dalla volgarizzazione scientifica.
Esaminiamo ora molto sommariamente la retorica che determina il funzionamento stilistico di questa letteratura. La volgarizzazione assicura il rinnovamento costante dei termini e delle cifre della scienza nella lingua ordinaria, senza che, evidentemente, questi termini o queste cifre possano essere veramente compresi. Per esempio il limite della validità delle cifre non è mai messo in evidenza, e questo rende assurda la loro apparizione cosi’ frequente nella letteratura. Stessa cosa per le parole. Queste dovrebbero designare le cose nella realtà, ma dal momento che il loro senso dipende del contesto scientifico che ne ha motivato l’apparizione nella lingua, le parole non significano più niente. Connotano, e non fanno che connotare. Bachelard a ben descritto il modo in cui una certa precisione situata fuori dal contesto ci rinvia al nulla. Le parole « sapienti » sono là per attestare di fatto che sono delle parole che sanno, che sanno in sé, in qualche modo.
E’ quindi attraverso l’articolazione della stretta conformità alla lettera delle risposte scientifiche, generalmente incompresibili, con le grandi questioni che fondano il nostro « desiderio naturale di sapere » (Aristotele) che la volgarizzazione mostra la nostra ignoranza. Di fatto, la colonizza. Diventa allora difficile, o meglio, impossibile, per ciascuno di noi, « ignorare » nei nostri propri termini, a modo nostro. Il nostro « non-sapere » si trova identificato e articolato a parole che non saranno mai le nostre, perché sono l’oggetto del monopolio di specialisti del discorso scientifico. Tali parole di cui la stretta conformità alla lettera certifica l’origine scientifica del sapere che esse segnalano, ci mettono in un rapporto di dipendenza culturale e politica di fronte agli esperti. Qui siamo giunti nel cuore del scientismo.
E’ in un tale contesto che, mi sembra, la scoperta dell’inconscio di Freud acquista tutto il suo senso. Se la nostra ignoranza non ci appartiene più, se non puo’ più essere all’origine di un interrogatorio singolare sul mondo che ci circonda, sugli altri e su noi stessi, allora la possibilità dell’emergenza del soggetto svanisce. Poiché il soggetto, o cio’ che si annuncia come tale nella e per mezzo della parola, non ha consistenza che attraverso le modalità precise della questione metafisica.
Non è allora la colonizzazione dell’ignoranza della volgarizzazione scientifica che è la causa della « patologia del sapere » che Freud ha scoperto nella nevrosi e che si perpetua attraverso le maschere della scientificità ? Se noi ci disappropriamo della nostra ignoranza, la volgarizzazione della scienza ci toglie la parola e ci barra l’accesso al « dire » della verità che Lacan ha incapsulato nella formula : « Io, la verità, parlo ! ».
L’epistemologia è la scienza dei saperi sulla scienza. La psicanalisi, in quanto scienza dei saperi ―inevitabilmente misurata in base a una verità di cui la scienza tende a monopolizzare il copyright― puo’ diventare un’altra cosa che un’épistemologia popolare, un’epistemologia profana ? La psicanalisi è una disciplina che permette a ciascuno di « ignorare secondo il suo stile », possiamo dire riprendendo la formula che consente a Claude Bernard di identificare qui una delle esigenze più radicali del metodo sperimentale. Essa permette di fare dell’ignoranza la molla di una creatività socio-culturale associata all’uso della parola. La psicanalisi ristabilisce il diritto della parola di dire il vero nel « non-saputo ».
Cio’ che è notevole all’interno della scoperta freudiana, non è la maniera in cui l’inconscio esige che il soggetto risponda con la propria « volontà di fare scienza », come direbbe Isabelle Stengers per stigmatizzare l’insuccesso della psicanalisi, ma piuttosto il desiderio di scientificità al quale nessuno puo’ sfuggire nel campo del scientismo ordinario che caratterizza le società d’oggi. E’ solo rispondendo individualmente di questo desiderio, che investe comunque la collettività tutta intera, che il soggetto potrà forse mantenere una parola di verità all’interno di una ideologia, il scientismo, che apparentemente la rende difficile,o meglio, impossibile.
All’interno della dicussione sul rapporto fra la scienza e la psicanalisi, Jean Ladrière ci fa notare che « […] ogni impresa culturale (e ogni impresa scientifica in particolare) è animata da un’intenzionalità costituente, che non è esplicita, o che l’è in ogni caso solo parzialmente, ma che puo’ essere resa apparente per tematizzazione. » In un altro testo, ho dimostrato che, nelle scienze dell’uomo e contrariamente alle scienze della natura, questa tematizzazione è per forza esplicita nel modo in cui esiste un desiderio di scientificità già orientato verso degli oggetti precedentemente definiti.
Invece la psicanalisi, che, secondo Freud, non poteva appartenere che alle scienze della natura (What else could it be ?), si anima anch’essa di un’« intenzionalità costituente » (Freud : « Spero che l’amore per le scienze resterà in me fino alla fine dei miei giorni. ») : ma questa intenzionalità non puo’ apparire che al seguito di una tematizzazione che, secondo cio’ che è stato detto, deve procedere a una vera decolonizzazione dell’ignoranza soggettiva di ciascuno. Questa tematizzazione decolonizzatrice si sostiene di due grandi assi del pensiero freudiano : la differenza dei sessi e la morte, Eros e Thanatos. Che sia solamente partendo da questo punto che si possa rispondere del desiderio di scientificità del quale siamo sommersi nostro malgrado, per via del scientismo, non è affatto sorprendente, visto che è là che la scienza trova il limite assoluto nella risonanza profonda con la maniera in cui la mancanza di sapere puo’ fondare una parola di verità.