SCIENTIFICITA’ DEL LAVORO ONIRICO
Patrizia Lupi
Ne I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi Lacan discute dell’aspetto
etico e ontico dell’inconscio che giunge a designare etico riconoscendo anche
che “onticamente l’inconscio è l’evasivo”. Personalmente ritengo che
il riconoscimento dell’inconscio sia un gesto etico mentre, per quanto riguarda
la sua esistenza, trovo felice l’immagine dell’evasione: l’inconscio ex-siste
come il soggetto che gli supponiamo, si tratta di qualcosa che ipotizziamo
per spiegare fenomeni altrimenti inspiegabili.
Il paradosso che ho voluto rendere con il titolo che ho scelto per il mio
testo, deriva dalla messa in questione del soggetto del lavoro onirico: chi
fa e chi osserva?, cioè chi parla e chi ascolta? Di che soggetto parliamo
e quale soggetto parla? Un’interrogazione che a mio parere non si riduce
ad una situazione riflessiva come lo è la forma del verbo, ad esempio:
io mi ascolto.
Con “Scientificità del lavoro onirico” quindi non intendo riprendere
la discussione epistemologica relativa alla scientificità della psicoanalisi,
che mi è sembrata spesso una disputa ascrivibile alla necessità
di legittimare o di smentire la pratica e la teoria analitica; piuttosto,
visto che tale pratica funziona, credo sia importante considerarne l’efficacia,
aspetto che ha comunque a che vedere con la verità. Infatti per Freud
la psicoanalisi ha un’efficacia perché tiene conto della verità
che il sintomo esprime. E’ stato grazie al credito che egli ha dato alle
sue pazienti ascoltandole, che ha potuto venire a sapere qualcosa delle modalità
di funzionamento dell’inconscio, scoprendo l’operare del lavoro onirico.
Con lo studio dell’isteria egli ha reinterrogato il discorso scientifico
e vi ha fatto entrare qualcosa che ne era escluso.
Nella scienza e soprattutto in quella sperimentale, si mira all’oggettività
e per questo occorre tenere sotto controllo le variabili soggettive, particolari.
L’“oggettività” della psicoanalisi invece, cioè la sua validità,
quel che rimanda in qualche modo all’universale, sta proprio nella soggettività,
intesa non come singolarità o individualismo ma nel senso del soggetto
dell’inconscio. In psicoanalisi la verità non è dimostrabile
epistemologicamente ma si mostra soggettivamente. Essa non è misurabile
anche se la sua emergenza non dà adito a dubbi; non è quantificabile
o databile in quanto non si tratta di verità storica cioè di
qualcosa accaduto realisticamente, infine non è prevedibile in quanto
si dà come effetto: nessuna possibile programmazione per accedervi,
ma disponibilità a riceverla e ad assumerne gli effetti.
Resta il problema di come poter trasmettere ad altri gli effetti di verità
che si incontrano lungo il lavoro dell’analisi, in quei momenti di scoperta
di ciò che non si sapeva di sapere, eppure ad un certo punto si avverte
in modo netto e indubitabile, qualcosa che si impone all’attenzione non soltanto
intellettuale, ma che attraversa e scuote il corpo. Grazie a Goedel possiamo
dire che l’indimostrabilità non minaccia la verità. E come
ricorda Freud: la verità di un’interpretazione è dimostrata
dal fatto che essa produca altro materiale analitico, che permetta cioè
di costruire altre verità. Ciò che rappresenta
un punto di svolta nel percorso di un’analisi è la percezione del
lavoro onirico, quando il parlante si accorge che il sogno, che egli credeva
di riferire, si compone nel racconto e si produce all’insegna di alcune leggi
che sfuggono al controllo cosciente in quanto seguono un’altra logica. A
quel punto non è più solo caos, ma parlando qualcosa si ordina,
trova un senso che prima non sembrava esistere. Questo a mio parere è
un punto di incontro tra psicoanalisi e scienza: il metodo, non quello sperimentale
ma il metodo offerto dalla ripetizione; qualcosa si ripete, insiste, torna
a farsi vivo. Inoltre lungo il lavoro di costruzione di un’analisi si susseguono
delle ipotesi che successivamente trovano verifica o sono rimesse in discussione.
Ciò non vuol dire che, individuati i meccanismi, sia possibile prevedere
un progetto inconscio; la fantasia di una possibile prevedibilità,
ambizione di controllo sul futuro, va articolata per trovare la libertà
di leggere ciò che accade mano a mano che accade, secondo quella precisione
inconscia constatabile sempre dopo, a giochi fatti, a partire dagli effetti.
In questo senso possiamo leggere come un testo ciò che in un’analisi
si è ri-scritto: occorre che ci sia un atto di parola, un sogno, un
testo per coglierne la logica. Potremmo dire allora che scientifica è
la surdeterminazione, che emerge attraverso il lavoro onirico e che accade
non per volontà cosciente e a seguito di un proposito, ma a nostra
insaputa, secondo un proposito che non si sapeva di aver fatto ad un altro
livello e che però ha guidato l’atto di parola come l’atto mancato.
La lingua dell’inconscio come una sorta di lingua straniera, che si può
leggere dopo che è stata scritta, che dà luogo ad un testo,
il contenuto manifesto, interpretabile in seguito alla raccolta dei pensieri
latenti sottostanti, attraverso l’individuazione dei nodi che hanno permesso
l’incrocio delle diverse catene significanti. Catene che, una volta svincolate,
si riallacciano nuovamente anche se in altro modo, non prevedibile, e dietro
un pensiero latente se ne intravede presto un altro. Non c’è quindi
interpretazione ultima di un sogno, anzi come dice Freud: “…è spesso
necessario lasciare un punto all’oscuro perché nel corso dell’interpretazione
si nota che in quel punto ha inizio un groviglio di pensieri onirici che
non si lascia sbrogliare… Questo è allora l’ombelico del sogno, il
punto in cui esso affonda nell’ignoto.” Proprio il fatto che l’ombelico del
sogno affondi nell’ignoto è la condizione di una curiosità
inguaribile che permette il divenire del soggetto senza bloccarlo nella gabbia
dell’identità.
Sorgente del sogno e fonte inesauribile della ricerca, la sessualità
riguarda la separazione tra sapere e verità. Da tale separazione sorge
il soggetto dell’inconscio che si manifesta attraverso le sue formazioni.
E’ grazie ad esse che possiamo cogliere un lembo di sapere inconscio attraverso
un effetto di verità: preziose quanto improvvise occasioni d’incontro
che annunciano l’immediato ritorno alla divisione.
Cercare di dimostrare la scientificità della psicoanalisi con i metodi
delle scienze sperimentali che si basano sul principio di non contraddizione
interna al sistema, sulla possibilità di trasmettere il sapere scientifico
e riprodurre i fenomeni studiati e sulla capacità di prevedere gli
eventi, oltre a rischiare una parodia, non rende giustizia alla specificità
di questa pratica.
Intraprendere una psicoanalisi non denota un’adesione ad un sistema intellettuale
o a una dottrina. Testimonia piuttosto l’impegno in un percorso di riconoscimento
del proprio inconscio. Particolarità dell’esperienza psicoanalitica
infatti è che il soggetto, mediante la sua parola, si costituisce
in funzione del suo inconscio.
Il punto di svolta in una psicoanalisi è il riconoscimento del lavoro
onirico, cioè la percezione cosciente delle manifestazioni dell’inconscio
e della logica che vi è sottesa. Scoprendo la ripetizione è
possibile individuare l’insistenza del fantasma e rileggere la propria storia
avvertiti di questo. Tale avvertenza costituisce un invito a prendere atto
ogni volta di ciò che continua a scriversi. La fede nell’inconscio
quindi non è religiosa in quanto non necessita di dogmi ma risulta
una conquista che sorge dall’esperienza, un effetto di lettura costante delle
produzioni che documentano l’inconscio e il suo lavoro.