IGNORIAMO LA SORTE CHE CI ASPETTA :  COME POTREMMO ESSERE FELICI ?

Maria Pia Marangon


E l’essere dell’uomo non solo non può essere compreso senza la follia, ma non sarebbe l’essere dell’uomo se non portasse in sé la follia come limite della sua libertà.
                     
J.Lacan, Discorso sulla causalità psichica, 1960
Psicoanalisi e Scienza come un atto dovuto alla modernità, ma soprattutto atto psicoanalitico. Ritengo che il titolo del convegno non si specifichi come vessillo di un’improbabile opposizione, ma concerna ambiti di ricerca che l’attualità impegna a leggere e a riconoscere nei differenti percorsi e sviluppi, sia storici che teorici.
Il pre-testo che psicoanalisi e scienza offrono, non potrebbe dunque essere dell’ordine di un ricordo di copertura? Ricordo che cerca di lenire quelle ferite narcisistiche che la scienza ha inferto all’onnipotenza infantile, di cui l’uomo ben poco saprebbe senza la psicoanalisi. Nella modernità la passione per il sapere porta al paradosso: da una parte la tuttologia, che dichiara nevroticamente il suo non sapere, dall’altra l’estrema specializzazione a cui onnipotentemente vengono aperte le porte del potere.
Ciascuna ricerca procede da un’interrogazione, da un’inquietudine che muove l’intelligenza, la curiosità,  il piacere. Alcuni svolgono l’inquietudine, o il disagio che ne deriva, approdando ad un’invenzione, una volta verificato che il disagio non è sinonimo di malattia, ma è abitato dal desiderio che possono riconoscere parlando, altri giungono ad un sapere il cui oggetto non è manipolabile con la parola.  L’efficientismo dimostrato dalle moderne applicazioni scientifiche (tecnoscienze) stupisce e sgomenta, eppure la presenza di tali applicazioni, entra nel quotidiano e diventa abitudine accompagnata da quello stupore che fa violenza. Questa presa sulla massa interroga e inquieta in modi diversi.
L’ipotesi che esploro concerne da una parte l’applicazione scientifica come risposta utopica per le masse, con il conseguente effetto suggestivo e, dall’altra, la dimensione di un fenomeno episodico come la felicità, per ciascuno
In alcune epoche i detrattori della psicoanalisi si sono ingegnati nel tentativo di cercare il dettaglio o l'avvenimento creduto fondamentale alla spiegazione, alla risoluzione del male a cui finalmente attribuire la responsabilità del disagio, privilegiando a tal proposito la quiete, considerata in opposizione all'inquietudine.  Costoro hanno raccolto poi la delega offerta loro dal potere: dare soddisfazione, con la realizzazione di un “bene”, la cui fruizione riporterà la quiete. Ciò che per eccellenza rappresenta uno stato di quiete, per giunta considerato eterno, è la morte.
 Se il disagio viene risolto con la risposta al bisogno che il disagio crea quel che ne risulta è una democratizzazione dei bisogni, delle loro risposte fino, se possibile, alla scomparsa del disagio. La risposta, anche se ripetitiva, ha sì prodotto un effetto che crea un silenzio di quiete, ma ha soprattutto instaurato una dimensione utopica in cui è possibile continuare a creare modelli di risposte utopiche. All'utopia è sempre stata affidata o attribuita una capacità di mediazione che doveva servire ad arginare la presenza del disagio.
L'etimo di utopia è non luogo.
Il non luogo dell’utopia viene riempito attraverso un oggetto fruibile. L’effetto è quello di un paradiso artificiale che acquieta, uno sfogo affidato all’efficienza dell’ oggetto, alla capacità suggestiva che gli viene attribuita. Lo sfogo non rasenta nemmeno lontanamente la felicità,  si caratterizza solo come diminuzione di una tensione.
La realizzazione di oggetti in serie, fabbricati per il bisogno, vorrebbe esautorare la domanda.
Un miraggio di perfezione che s’ispira all’idea totalizzante dell’Uno perseguito attraverso l’utilizzo del sapere: questa sembra essere la vocazione delle applicazioni del sapere, un regno d’utopia per colmare i bisogni, da cui la verità come causa è bandita.
 Per la psicoanalisi ogni modalità applicativa è impossibile, Lacan scrive: “Della nostra posizione di soggetto siamo sempre responsabili”. La definizione di soggetto che da lui abbiamo  dice: “ E’ ciò che un significante rappresenta per un altro significante ”. E il transfert prende avvio in qualità di: “Campo aperto per la possibilità di una articolazione significante.” Non come risposta, in quanto anzi impegna il soggetto nel riconoscimento del suo desiderio. La pratica ci rivela che non c’è la possibilità di stabilire una connessione fissa tra il modo di manifestarsi di un sintomo, di un lapsus, di un sogno e il desiderio inconscio che ne sta alla base. Al desiderio nessun oggetto può dare soddisfazione.
La pratica psicoanalitica infatti trova le sue più ardue prove proprio quando si tratta di elaborare la suggestione che vuol dire rinunciare al miraggio della perfezione, all’idea totalizzante dell’ Uno per porsi in contatto con il reale, con la realtà psichica, abbandonare l’illusione sopportare l’angoscia. L’analista non si pone in relazione al sapere in forma oggettiva o come acquisizione definitiva proprio perché  l’origine del pensiero è nell’inconscio ricorda Freud. E Lacan ribadisce che l’uomo è pensato dal linguaggio. L’analista verifica tutto questo nella sua analisi, lì dove sperimenta che la verità appena apparsa si perde nel sapere.
Quel che non viene perdonato alla psicoanalisi è di non rispondere alla domanda di felicità che l’analista si offre di ricevere. Non è detto che l’analista stesso l’abbia perdonata!
 La  fine del bisogno rappresenta una modalità filosofica di risposta al disagio. Una sorta di conformità che garantisce un'equa distribuzione tra la causa e il suo effetto, per cui, se l'utopia viene pensata come una possibile soluzione al disagio, il suo compito è quello di liberare la forza dall'asservimento, ovvero la pulsione dalla sua necessità di soddisfacimento. Questa liberazione avviene immaginando, cioè spostando l'accento non sulla causa né sull'effetto ma sul risultato.
 Affidando il tutto al non luogo dell'utopia, quel che risulta è una dichiarazione di inesistenza dell’oggetto come causa di desiderio perché non ne viene accolta la parzialità. Tentare un'applicazione di tali concetti pensando che un domani andrà meglio o che ci deve essere un luogo dove si sta meglio è privilegiare un'economia a cui sono facili tutte le forme di catastrofismo.
Favoleggiare utilizzando le risorse dell'immaginario, evitando accuratamente  la prova di realtà e la prova

di verità, neutralizza la responsabilità, che resta pur sempre una questione d’amore e un amore che non sceglie perde parte del suo valore, poiché fa un’ingiustizia all’oggetto, dice Freud.
 Le ideologie usano l’utopia, e promuovono la suggestione come effetto di una risposta da condividere che altro non è se non un esercizio di potere ammantato di buone intenzioni. La ricerca di un altrove dove situare le condizioni auspicate per un miglior vivere si presta all'errore in quanto, pur essendo mossa dalla buona fede per il futuro, ignora l'esistente. Non basta pensare ad un regno per trovarsi in una fiaba. Anche se l'evocazione più prossima a tale termine si presta ad avvicinare in maniera differente il non luogo, in quanto la peculiarità della fiaba è il “reale”, ma per saperlo occorre coglierne l'equivoco. Quindi l’errore di buona fede è fra tutti il più imperdonabile.
Sembra che gli umani si orientino solo attraverso soluzioni alternative senza prendere seriamente in considerazione altre chance. Infatti il luogo comune vuole la felicità solo se duratura e per tutti. Se non è così, meglio considerarla nella direzione della prevenzione, ovvero l’accontentarsi. Questo pregiudizio caratterizza innanzitutto il non volerne sapere della responsabilità di cui parlavamo prima, addomestica un rischio di verità per ciascuno.  
Il non volerne sapere, la non audacia, generalizza, distribuisce e addomestica; non tiene minimamente in conto che la soddisfazione del proprio desiderio si pone sempre e necessariamente in una prospettiva di  condizione assoluta. Tale condizione assoluta non ha facili esiti dal momento che la civiltà impone rinunce.
La psicoanalisi, come la scienza ha incontrato storicamente la follia degli uomini. Ed era stata chiamata infatti scienza ebraica. In un’epoca in cui la follia come limite della libertà aveva rotto qualsiasi argine e l’attrazione delle identificazioni in cui l’uomo impegna la sua verità e il suo essere aveva trasformato l’intero mondo in una massa, con visioni utopiche e consolazioni suggestive.
Alla passione per il sapere che viene contrapposta al desiderio inconscio, potrà bastare l’emblematica figura dello scienziato folle? In qualsiasi ambito esso operi gli toccherà sempre l’appellativo di uomo ? Potrà ancora riconoscersi come tale in mezzo ad altri?
Freud indica che il soddisfacimento pulsionale è fonte di felicità e la felicità come fenomeno episodico. In altri termini ciò che si dice come felicità non è la realizzazione del “bene” di cui fruire ma esperienza per ciascuno. Il fatto che si tratti di fenomeno episodico offre le condizioni per ritrovarla e la speranza di rincontrarla alimenta la “fioca” luce dell’intelligenza.
Il non luogo  allude, alla materialità della parola, alla lettera, ad una impossibile connotazione logistica dell’inconscio . La parola  esprime un sapere imperfetto  perché riconosce al non sapere un valore dinamico proprio del significante, articola il nodo tra lo psichico e il somatico affermando attraverso gli effetti che produce la portata del fenomeno di cui è testimone: il desiderio inconscio. Il suo riconoscimento conduce il  divenire del soggetto.
 “Una cosa sola fa allusione a una possibilità felice di soddisfazione della tendenza ed è la nozione di sublimazione.” (Lacan)  Alla sublimazione fa eco la creazione. La creazione procede dal significante, dal vuoto che esso crea, dall’articolazione che sorge tra il vuoto e il significante; la creazione non realizza
niente, dà forma a qualcosa che è soggetto al cambiamento, ha forma metonimica e dice del rapporto
dell’azione con il desiderio che la abita, della verità che si sottrae al sapere.

Gli effetti della parola non sono situabili attraverso uno stato di cose poiché riguardano il divenire e sarà il riconoscimento del desiderio inconscio e l’ articolazione trovata a decidere il destino della rinuncia pulsionale che la civiltà impone. Il rimando del soddisfacimento attraverso la promessa e l'attesa di qualcosa che deve venire, è l’idea che sostiene la massa, è l’antica tradizione del potere che recita: “Continuiamo a lavorare e per il desiderio ripassate” Lacan. L'atto di parola coglie un divenire proprio perché in quanto atto non si da mai come ultimo, definitivo ma dichiara la sua meta, la soddisfazione.
Se il non luogo evidenzia il paradosso dell'inesistente, come dice Freud: "Lo scritto è in origine la voce dell'assente". In altre parole l'esistente è il non essere in divenire la cui scrittura ha luogo nella parola e la felicità dunque non potrà trovarsi altrove.
 Un desiderio intrigava re Candàule: la possibilità di condividere con Gige, suo amato scudiero, la visione della bellezza di Nissa sua amata sposa. “…..poiché ho l’impressione che tu non mi creda quando ti parlo della bellezza di mia moglie ( e d’altronde gli uomini prestano poca fede alle parole, e molta a quello che vedono) fa in modo, ti prego, di vederla nuda” Erodoto

Possono forse essere considerati novelli Candàule lo scienziato e lo psicoanalista dal momento che il desiderio li espone alla ricerca?