Per una epistemologia della psicanalisi

di Vannina Micheli-Rechtman
Psicanalista (Parigi), Psichiatra, dottore in filosofia

(traduzione di Silvia Lippi)


« (…) le discours de la science ne laisse aucune place à l’homme »
J. Lacan


Le scoperte recenti dei neuroscientifici e alcuni dei loro obbiettivi proclamati alimentano cio’ che potremmo chiamare “la Guerra dei due soggetti”: si tratta di una guerra che non è istoricamente nuova né in psichiatria né in psicopatologia. Due campi apparentemente distinti si affrontano: da una parte i difensori del “Soggetto parlante” si preoccupano degli sconvolgimenti che si sono prodotti a causa delle neuroscienze, che rischiano di mettere fine alla soggetività umana; dall’altra parte i sostenitori del “Soggetto cerebrale” considerano che grazie alla loro maniera di procedere, si potrà alla fine abbordare le patologie mentali non come delle patologie particolari. Questo metodo contribuisce a “colpevolizzare” i pazienti e/o i loro genitori e contribuisce alla loro “stigmatizzazione”: il campo in pieno cambiamento dell’autismo è senza dubbio il principale campo di battaglia in psichiatria. Inoltre, parecchi ricercatori in neuroscienze pensano che saranno infine in grado di spiegare i comportamenti sociali e i sentimenti morali. Tali controversie, mettendo in questione una certa rappresentazione della scoperta freudiana, sottolineano la necessità di esaminare la posizione della psicanalisi nel campo del sociale, come pure la necessità di interrogare, o meglio di sostenere la sua epistemologia.
In effetti è legittimo chiedersi se oggi la psicanalisi non sia alla mercé di tre grandi pericoli che rischiano di allontanarla dalle sue prospettive originali. In direzioni sicuramente differenti, queste tre tendenze sono diventate influenti, e incontrano un eco spesso favorevole, sia da parte dei partigiani della psicanalisi, che dai suoi oppositori abituali. Certuni sembrano ammettere persino che è possibile ridurre le pretenzioni della psicanalisi demolendo tel o tel punto della sua dottrina.
Per cominciare, le tendenze alla psicologizzazione, proposte da coloro che vogliono considerare la psicanalisi come una psicoterapia, o, in secondo luogo, la tendenza ermeneutica, assunta da certe correnti contemporanee della psicanalisi, in particolare dall’IPA, tendenza che ha in comune con una terza —che corrisponde al tentativo di dare una scientificità della psicanalisi grazie al suo corollario metodologico— la volontà di limitare il campo teorico proprio alla psicanalisi freudiana e lacaniana.

La psicologizzazione contemporanea della psicanalisi tende a vuotare l’inconscio della sua dinamica e esclude in questo modo la radicalità della singolarità soggettiva. La tendenza ermeneutica si lega alla tradizione del simbolismo, anteriore alla rottura introdotta da Freud, e rimanda la psicanalisi ai confini di un apprroccio comprensivo. Dal lato opposto, la volontà di scientificità, abbandondando la prospettiva freudiana che aveva permesso al suo tempo di contornare il “Litigio dei metodi” instaurato alla fine del XIX° secolo, impone allo stesso tempo ex-nihilo una metodologia e dei principi di valutazione eterogenei agli obbiettivi della psicanalisi.

Queste tre tendenze sono dovute anche a causa dei cambiamenti nel campo del sociale e impongono dall’esterno delle mutazioni conformi alle esigenze politiche ed economiche contemporanee, la cui analisi merita la nostra attenzione.

Ma, all’interno di queste tre varianti, la metodologia dipende in definitiva dello stesso a priori, che consiste a importare un’epistemologia esteriore al campo della psicanalisi, al fine di misurare in un secondo luogo quest’ultima in base alla prima. Una tale pratica trova la sua legittimità nell’assenza di un’epistemologia propria alla psicanalisi che giustifica allora un ricorso all’esterno. Ora, la questione è di sapere se questo difetto è strutturale alla scoperta dell’inconscio o se dipende da un’illusione che tradisce in effetti una certa forma di disconoscimento, non dell’importanza delle scoperte freudiane, ma piuttosto dell’epistemologia propria a questo campo del sapere, capace di organizzare l’insieme in una maniera unitaria.

Le neuroscienze e il campo sociale interrogano oggi la validità scientifica della psicanalisi. Il dibattito gira intorno alle difficoltà sollevate dall’idea di esaminare o di valutare le ipotesi psicanalitiche secondo il modello delle scienze naturali sperimentali e fisiche. Si tratta di un dibattito fondamentale che occupa oggi il campo delle neuroscienze e della filosofia delle scienze. Ma questo dibattito non è nuovo, è stato iniziato da Karl Popper, per il quale, come sappiamo, non esiste alcuna scientificità alle ipotesi psicanalitiche, visto che quest’ultime non sono verificabili. Per l’autore, un’ipotesi è scientifica solo se puo’ essere confutata o contestata secondo il modo delle procedure sperimentali, riproducibili da ogni soggetto. Un’ipotesiche non puo’essere esaminata o contestata non puo’ essere scientifica. Non è necessariamente falsa, ma fa parte di un altro campo, distinto dal campo scientifico.

Per Popper, Freud rappresenta tutto cio’ da cui la scienza deve astenersi: gli argomenti psicanalitici sono tali che nessun fatto empirico puo’ confutarli. Un esempio di questa non-refutabilità “strutturale” de la psicanalisi è la tesi freudiana del sogno ne L’interpretazione dei sogni: Freud sostiene che l’essenza del sogno è di soddisfare un desiderio sessuale, infantile e inconscio. Popper prende allora l’esempio dei sogni “contrari” al desiderio, o degli incubi, e esamina le risposte di Freud su quesi contresempi: in altri termini, vede che puo’ esistere in un paziente il desiderio di provare à Freud che si sbaglia. Cio’ servirà a Freud a confermare la sua tesi del sogno-desiderio. Si tratta per Popper di una maniera di derogare alla regola scientifica che esige la costruzione di una teoria scientifica su delle ipotesi esposte il più possibile alle smentite empiriche, e di una maniera di generare una tale senzazione di invincibilità che non è più, secondo Popper, di natura epistemologica ma sociologica.

Nel contesto attuale, tali argomenti fanno l’oggetto di un debattito che ripete la tesi popperiana dell’incontestabilità logica della psicanalisi, che la classifica fra le speculazioni non confutabili. In questo modo la psicanalisi sarebbe una disciplina da testare dal punto di vista empirico: non si a che a valutarne i principali elementi della teoria, per esempio le nozioni di transfert, rimozione o libera associazione, proprio come ogni altra disciplina scientifica nel vero senso della parola.

A mio avviso, la messa in causa della psicanalisi da parte delle neuroscienze commette l’errore di partire da un’esteriorità della disciplina per interrogare la sua validità e la sua scientificità. Esteriorità della valutazione terapeutica rispetto all’oggetto proprio della psicanalisi, che spesso si giudica secondo una singolare trasformazione dell’oggetto, per mezzo di un sottile slittamento fra i “fini” della psicanalisi e gli scopi “classici” della terapia. In questo modo, in mancanza di un giudizio di efficienza sulla psicanalisi per quanto riguarda i suoi stessi fini, la si giudica e la si esamina secondo dei fini e degli obbiettivi che vengono definiti a priori come i fini necessari per ogni azione terapeutica. Non è dunque l’ “efficienza” della psicanalisi che è messa in questione, ma piuttosto l’eventualità che la psicanalisi detenga un’efficienza equivalente a quella di altre pratiche.

Un tale andamento critico sembra quindi sottinteso da un a priori secondo il quale l’efficienza terapeutica è un’invariante universale indipendente dal contesto teorico che pretende produirla. La legittimità di un tale approccio urta contro dei principi epistemologici che riducono considerabilmente la portata delle riserve riguardo la psicanalisi, nella misura in cui la loro pertinenza dipende strettamente dall’assenza di un’epistemologia e di criteri propri alla psicanalisi. Non possiamo che rimpiangere, naturalmente, che la psicanalisi sia cosi’ spesso assente da tali dibattiti.