Lo dico a tuo padre!”. Considerazioni sulla funzione paterna.


Non sentivo questa espressione da molti anni, forse da quando ero adolescente; per questo quando una donna – una giovane mamma – l’ha pronunciata ho avuto un moto di sorpresa; un’ impressione di deja vùe e nello stesso tempo la consapevolezza di cosa passata e conclusa, che mi procurava però un pizzico di nostalgia.. Anche il lamento del marito/padre, benché riferito, merita una riflessione: “Basta con questa storia. Non sono disposto a passare sempre per il cattivo della famiglia!”. Ho ascoltato.

“Lo dico a tuo padre”! Una frase inattuale. Fino a qualche decennio fa veniva pronunciata, e spesso in conseguenza di conflitti familiari legati a comportamenti giudicati riprovevoli che coinvolgevano la sfera della sessualità dei figli.

Non voglio ammantare il passato di qualità immaginarie e immaginate; nello stesso tempo constato una grande differenza che si è prodotta all’interno della famiglia negli ultimi decenni, anni di grandi trasformazioni a tutti i livelli. Lo ascoltiamo ogni giorno, nel nostro studio e in molti altri luoghi intorno a noi.

Andando avanti a ricordare emergono altri particolari: questa promessa di delazione (lo dico a tuo padre!) veniva proferita anche da adulti che potevano essere parenti stretti – o perfino lontani - e addirittura da conoscenti (questo accadeva nei paesi e nei quartieri delle piccole città – in luoghi in cui il controllo – diretto e indiretto – era facilmente praticabile). Serviva a ricordare ai giovani che comunque c’era sempre un padre a controllare come andavano le cose e a intervenire in vari modi – a volte non del tutto ortodossi – nel caso di infrazioni.

Non si tratta soltanto di osservazioni nostalgiche sui tempi andati. La “scomparsa” di una frase come questa è dovuta alla scomparsa dei comportamenti corrispondenti e denota un cambiamento sul modo di intendere ed esercitare l’autorità. Tutto questo non può essere trascurato perché riguarda ciascuno di noi, è estremamente importante a livello di collettivo e per tutte quelle discipline che si occupano, a vari livelli dell’individuo, delle sue relazioni con gli altri e, in particolare dell’educazione e della formazione. E’ molto rilevante anche per quanti praticano la psicoanalisi; non tenerne conto o sottovalutare le trasformazioni storiche, sociali e politiche porterebbe gli psicanalisti ad un isolamento sicuro.

Questo racconto per dire che la psicanalisi e la questione del sesso, è inserita nel contesto in cui la questione stessa si pone, un contesto profondamente differente da quello in cui è nata la psicanalisi e anche dal periodo in cui è iniziato e si è svolto il percorso introdotto in seguito da Lacan.


(tradurre fino a questo punto)

L’epoca in cui ci troviamo a vivere sembra caratterizzata da una grande “conoscenza” e “libertà” sessuali: si tratta però di una conoscenza limitata a dati “scientifici” (anatomici, fisiologici e chimici) che nasconde in sé un’ignoranza profonda perché misconosciuta e travestita. Il misconoscimento e l’ignoranza di un aspetto importante, anzi essenziale: le questioni legate alla sessualità e al sesso non si esauriscono nell’apprendimento della fisiologia degli organi sessuali né della meccanica del coito, dell’orgasmo e di tutto ciò che rientra nella sfera biologica, pur determinante. E’ indubbio che la conoscenza tecnica in questo campo non è per nulla sufficiente, anche se può essere utile. Tale conoscenza deve essere vissuta soggettivamente per diventare vera, cioè intrecciata nell’esperienza: infantile e dell’adolescenza, e anche della maturità nel caso dell’adulto. In questo senso la psicoanalisi ha molte cose da dire perché ha l’ardire di considerarsi una scienza del particolare, del soggetto; è il paradosso che è emerso anche nel convegno sulla scienza che si è svolto a Padova. La sessualità e la questione del sesso costituiscono un campo privilegiato per questa scienza del soggetto che è la psicoanalisi.

Da queste considerazioni sorge una domanda: quale potrebbe essere un modo per cominciare a rispondere alla questione del sesso, come si pone oggi l’enigma della sessualità, anche considerato che la rivoluzione sessuale di recente produzione non ha dato i frutti di libertà che doveva portare? Forse è proprio l’illusione che un tale enigma sia definitivamente risolvibile a creare una delusione che sembra insuperabile e che si manifesta attraverso nuovi disagi. Nella sessualità si situa uno dei grandi enigmi dell’esistenza, non si può pretendere di risolverlo una volta per tutte. Ciascuno, come per la felicità, deve trovare il suo modo per affrontarlo. Che la sessualità sia anche e da sempre un problema sociale complica ulteriormente le cose; questo è un altro livello con il quale dobbiamo sempre confrontarci.

Mi chiedo in altri termini se la questione del sesso, e più in generale quella della sessualità, sia oggi la stessa che Freud, vissuto cent’anni fa, si trovava a interrogare e a “dipanare”. Lacan stesso, anche se più vicino a noi, ha operato in un periodo molto diverso da quello odierno. Freud ha inventato la psicanalisi a partire dall’isteria; si è occupato in particolare delle nevrosi – isteria, nevrosi ossessiva e fobia, patologie che trovano nella psicosessualità tanto la loro eziologia quanto il loro svolgimento. Sappiamo che nel percorso dello sviluppo psicosessuale del nevrotico c’è stato e c’è un inciampo, perché le fasi dello sviluppo non sono un percorso astratto dall’esistenza ma si svolgono all’interno delle relazioni parentali che permettono il complesso edipico e il suo tramonto, con tutte le problematiche che questo comporta.. Quella che Freud definisce genitalità è una tappa dello sviluppo che è resa possibile dalla capacità di relazione che colui e rappresenta la prima possibilità di relazioni è proprio il padre, il quale separa. Solo se c’è separazione (dalla madre in primo luogo), può esserci relazione. “Lo dico a tuo padre” rappresenta un invito alla separazione che poi il padre sostiene, indicando un’altra legge alla quale egli stesso sottostà.

Un brano letterario rende bene l’idea della rinuncia - difficile e vitale – che i genitori compiono:

Miriam, la madre di Ieshu ha appena partorito nella stalla di Bet Lèhem e pensa:

“…Fuori c’è il mondo, i padri, le leggi, gli eserciti, i registri in cui iscrivere il tuo nome, la circoncisione che ti darà l’appartenenza a un popolo. Fuori c’è odore di vino. Fuori c’è l’accampamento degli uomini. Qui dentro siamo solo noi, un calore di bestie ci avvolge e noi siamo al riparo dal mondo fino all’alba. Poi entreranno e tu non sarai più mio…

Sta sbiadendo la luce della stella, il giorno viene strisciando da oriente e scardina la notte. I pastori contano le pecore prima di spargerle sui pascoli. Josef sta sulla porta. Ieshu, bambino mio, ti presento il mondo. Entra Josef, questo adesso è tuo figlio1”.


Uno dei problemi che si pone attualmente è strettamente legato alla trasformazione dei ruoli familiari e sociali e si situa in un aumento crescente di quelle che vengono chiamate “nuove patologie” (ad esempio i disturbi dell’alimentazione, le tossicodipendenze e le dipendenze in genere, ecc.) che costituiscono una grande sfida per la psicanalisi, anche perché in esse la sessualità ha un posto diverso da quello che occupa nelle nevrosi. Da questo punto di vista potremmo considerare un passo importante per i soggetti che ne soffrono quello di arrivare ad una posizione nevrotica in cui si può instaurare il transfert che è il punto cardine per l’avvio e lo svolgimento di un’analisi. Supporre un sapere ad un altro, l’analista, è il punto di partenza di un’analisi ma anche di una vita, ovvero di un’esistenza di relazioni. Il transfert deve essere articolato e risolto durante il percorso, ma si tratta pur sempre di una questione d’amore, anche se indirizzato alla persona “sbagliata”. Va considerato dunque che difficilmente i soggetti che hanno a che fare con questi problemi si rivolgono allo psicoanalista, andando nel suo studio. Freud definiva le nevrosi come asociali. Come potremmo allora definire le nuove patologie che tanti problemi pongono al sociale?

Un altro elemento importante legato indirettamente a quanto stiamo discutendo: come leggere, anche alla luce della questione del sesso le manifestazioni ormai troppo frequenti di distruttività, individuale e collettiva, che ogni giorno i media ci propongono con volgarità superficiale, contando su quel godimento passivo che attraendo i fruitori fa aumentare l’audience? Su questi problemi che ci toccano da vicino occorre discutere senza mettere l’accento sul catastrofismo ma anche articolando i nostri pregiudizi e senza chiudere gli occhi per l’orrore.

Mi chiedo dunque se la questione del sesso che attraversa ed è attraversata da molte altre questioni non abbia assunto nella teoria una sorta di staticità. Non dobbiamo dimenticare che un’epoca si è conclusa negli anni ’70, quel periodo pieno di movimenti che doveva portare un “vero” cambiamento sociale e politico e di conseguenza una trasformazione individuale. Il problema sta nel fatto che la trasformazione è innanzitutto soggettiva ed è lenta, controversa, mai del tutto preventivabile. E’ dall’intreccio, così complicato e così necessario, tra individuale e collettivo che sorgono le maggiori difficoltà ma è da questo stesso intreccio che sorge “il lavoro interminabile della civiltà”.

Su questo punto la psicoanalisi ha molto da dire e molto lavoro da fare, a patto che conservi e riattivi il suo valore di metodo di ricerca, quello che Freud ha messo in luce - una teoria a partire da una pratica – e nel contempo risponda alle questioni del tempo in cui vive.

Conclusione: leggere quello che la nostra pratica ci propone proseguendo il lavoro freudiano, lacaniano e di altri maestri per trovare e proporre nuove possibilità, senza ridurre la psicoanalisi al “solo” aspetto psicoterapico, pur valido ma parziale, è una posta in gioco che merita tutta la nostra attenzione. Ricordiamo che Freud auspica che la psicoanalisi possa dispiegarsi su tre livelli e cioè come:


Silvia Pilati

1 ERRI DE LUCA, In nome della madre, Feltrinell, Milano, 2006, p. 67