“Lo dico a tuo padre!” Considerazioni sulla funzione paterna.
Maria Concetta Pinto
Tra il 1911 e il 1912 Sabina Spielrein ultima la stesura di La distruzione come causa della nascita1. In tale saggio l’autrice sviluppa la sua ipotesi secondo la quale l’“essere fecondi significa distruggersi”2. Il testo presenta degli spunti interessanti ma anche una certa ambivalenza, a suo tempo segnalata da Freud, in una lettera a Jung, come un’insistenza del personalismo. Nella premessa, ad esempio, Sabine Spielrein afferma che le vecchie generazioni sono superate da quelle nuove e trovano nei discendenti i loro più pericolosi nemici. È a causa di tale ambivalenza che il suo osare perde slancio e si trova a mimare l’opera del maestro, di Jung?
A volte risulta molto difficile relazionarsi a ciò che ha detto il padre poiché in fondo si tratta di riconquistarne l’eredità. Occorre fare tutto un percorso e mi sembra interessante che nel momento in cui Spielrein sta elaborando la sua separazione dalla figura del padre-amante rincontrata nel transfert e, sembra interpretata fisicamente da Jung, nasca, invece del bambino desiderato dall’analista un piccolo lavoro sull’istinto di morte. In effetti occorre sciogliere le fissazioni della pulsione per poter riconoscere i propri legami senza essere vincolati ad essi, liberi di formarne altri. Nel 1912 Sabine Spielrein sposa il Dr. Paul Scheftel con il quale avrà due bambine.
Freud, dal canto suo, sviluppa “la caratteristica distruttiva della forza creatrice”3 di Spielrein, rispetto alla dualità pulsionale, distinguendo tra pulsioni di vita e pulsioni di morte, dopo aver reperito nella coazione a ripetere qualcosa di più originario e pulsionale del principio di piacere. La coazione a ripetere mira a situare nel simbolico qualcosa che è rimasto fuori da esso.
Nel saggio sulla rimozione, contenuto nella Metapsicologia, Freud introduce il termine Vorstellungsrepräsentanz (rappresentanza data da una rappresentazione) che mette in evidenza “la distanza immedicata”4, come dice un poeta dei nostri giorni, tra rappresentazione e pulsione: poiché la rappresentazione ha funzione di rappresentanza, non coincide con la pulsione. La cosa si complica se pensiamo che la stessa parola, attraverso cui si esprime il contenuto ideativo della rappresentanza pulsionale, è un rappresentante e non la rappresentazione della cosa. Il rimosso è quindi introdotto dalla struttura del linguaggio, la quale trova nella Vorstellungsrepräsentanz una felice esplicitazione. Ed è a partire dalla funzione di rimozione che può esserci sublimazione, che qualcosa di inedito e autentico può venire alla luce.
Occorre perdere per rinvenire cioè per inventare.
In un gruppo di ricerca sul tema Il genio femminile, al quale ho partecipato quest’anno, qualcuno ha detto che il femminile produce legame. In questo senso si potrebbe dire che esso sia vicino alla pulsione di vita. Tuttavia è necessario l’intervento distruttivo della pulsione di morte affinché si interrompa un legame significante e se ne producano altri. Il vuoto creato da quella interruzione permette la costituzione di uno spazio soggettivo di parola: su questa premessa si basa la funzione del taglio nella seduta, tra virgolette, l’unica interpretazione possibile.
In fondo si tratta della necessità de “la distanza immedicata” tra io, parola e corpo che colgo nella raccolta poetica di Stefano Guglielmin. I poeti, nel loro poetare, si mettono nella posizione femminile: abbandonano il loro anelito al sapere, avendo come unico riferimento il richiamo di un oggetto costituitosi in perdita. Non un canto delle sirene che promette di placare ogni desiderio di conoscenza, che evoca l’agire della pulsione di morte, la cui meta è l’impossibile soddisfacimento estremo. Al contrario, la presenza insistente di Euridice, dietro alle porte dell’Ade, permette al poeta di elevare il suo canto, se egli rinuncia a raggiungerla nell’Ade attraverso l’elaborazione della pulsione di morte.
Nell’atto di rinuncia al sapere – che evoca la rinuncia pulsionale di Freud – il poeta, come l’artista, fa appello a un altro sapere, quel sapere di A strutturalmente barrato, fonte di fertilità in chi lo accoglie. Posizione passiva, mi sembra che il femminile sia una conquista del termine dell’analisi in quel suo accogliere, senza pretese di controllo, quello che non si sa. Il femminile non riguarda l’acquisizione dell’identità di genere ma l’uscita dai confini di ogni identità, nel pieno accoglimento della castrazione.
“Lo dico a tuo padre!” dice una madre a sua figlia o a suo figlio, introducendo un riferimento alla legge e alla castrazione.
“Lo ha detto tuo padre!” è un altro modo di fare appello alla legge, sembra che ogni cosa detta dal padre sia legge. Tuttavia la legge è intrinseca alla struttura stessa del linguaggio, per cui se c’è una verità nel detto del padre è che egli stesso è sottomesso alla castrazione, la quale viene ereditata da ciascuno si riconosca nella posizione di figlio o di figlia.
Se il padre non fosse a sua volta sottomesso alla legge, cioè alla struttura della parola, non potrebbe porsi come punto terzo che permette l’astrazione, cioè come Nome del padre. Che sia il Nome del padre l’eredità al tramonto del complesso edipico?
La rinuncia pulsionale a cui più volte ho fatto riferimento è la rinuncia a prendere le parole per cose, come fa lo schizofrenico, attraverso l’intermediazione del padre come Nome. In quanto Nome, il padre permette alla figlia e al figlio di accedere alla sessualità poiché la sua funzione è di mediare un cambiamento di meta, visto che l’oggetto è interdetto. È a partire da tale interdizione che si può giungere al femminile come disposizione all’Altro, in una continua elaborazione della pulsione di morte al fondo della quale si trova l’oggetto interdetto, das Ding, sostegno del desiderio.
1 Sabina Spielrein, La distruzione come causa della nascita, in Giornale storico di psicologia dinamica, vol. I, n. 1, 1977.
2 Ibid.
3 Ibid.
4 Stefano Guglielmin, La distanza immedicata, Le Voci della Luna. Poesia, 2006.