TRA SCIENZA E SOGNO : LA PSICANALISI

Silvia Pilati


"La produzione di uno scienziato delle discipline formalizzate quali la matematica o la fisica può venire adeguatamente intesa senza alcun  riferimento alla sua  funzione o al suo significato psicologico. Non così nel caso di Freud. Dei molti tratti singolari della sua personalità e della sua opera fa parte lo stretto legame tra il suo lavoro scientifico e la sua vita, un legame che siamo più abituati a trovare nel poeta." (Siegfried Bernfeld)


Maurice Blanchot direbbe che la scienza fa parte del mondo del giorno, della realtà, del lavoro e della storia così come la letteratura e l’arte si situano nella notte, alla quale appartengono al pari del sogno. L’uno è il mondo del lavoro che trasforma incessantemente la natura, della ragione che si rivela nella storia, del progetto che si realizza produttivamente nell’opera, dell’azione costruttiva dell’homo faber che edifica una seconda natura per soddisfare i suoi bisogni, del politico che fonda e razionalizza lo spazio collettivo della città. L’altro è “altro da ogni mondo” e sfugge alla realtà senza contribuire alla “realizzazione” dell’uomo.
Volendo continuare con le immagini proposte da Blanchot potremmo situare la psicoanalisi nel crepuscolo, oppure nell’aurora, in una terra di confine, nel punto in cui il lavoro onirico si dispiega nel racconto e mostra le leggi che lo sottendono.
Si tratta certo di metafore ma anche  di schematizzazioni che, in quanto tali, risentono di alcuni limiti: parlare della scienza come di una produzione esclusivamente legata alla coscienza lascia in ombra il momento essenziale dell’intuizione, della scoperta, dell’invenzione che sta alla base anche del percorso scientifico. Intuizione, scoperta e invenzione nascono da una logica non propriamente razionale, più vicina a quella del lavoro onirico di quanto non vogliamo riconoscere.
Se lo psicoanalista lavora in terra di confine dove le formazioni dell’inconscio, il sogno in primo luogo, trovano modo di dispiegarsi, anche lo scienziato, come il poeta e l’artista, abita questa terra, vi transita per portare a compimento il suo lavoro. Luogo in cui nessuno ha fissa dimora ma dove ciascuno può avere la ventura di passare; spazio in cui il principio di piacere cede il passo al principio di realtà senza per questo scomparire. Il confine marca il dualismo, caratteristica essenziale della teoria freudiana.
Se la formazione del sogno sottostà al principio di piacere in quanto esprime un appagamento allucinatorio di desiderio, nel racconto l’appagamento è riconosciuto come allucinatorio: in questo si può riconoscere il passaggio al principio di realtà.
Per lo psicoanalista l’esortazione di Freud Dove era l’Es, L’Io avvenga può rappresentare l’auspicio di un passaggio costante attraverso questa terra di confine; traccia più che segno nettamente definito soprattutto se teniamo conto della seconda topica: l’Io è in parte inconscio.

A proposito di confini e di spazi come, o meglio dove, si possono situare il sospetto, il timore fino all’avversione che la scienza ha provocato e provoca non solo nell’uomo “comune” ma spesso anche negli intellettuali? Per spiegare tali sentimenti non basta distinguere la scienza dai suoi “sottoprodotti tecnologici” (la bomba atomica, la distruzione della natura ecc.), per mettere in conto alla prima l’aspetto conoscitivo e dunque non pericoloso e ai secondi il rischio che dalle scoperte scientifiche possa derivare un “male” per l’umanità (cosa già accaduta e che può sempre accadere). Timore e avversione si traducono a volte in veri e propri movimenti antiscientifici e sono diretti al messaggio essenziale della scienza, definito “disincantatore”, ovvero responsabile delle ferite narcisistiche che gli umani hanno subito a partire dal sedicesimo secolo.
La scienza ha pur sempre provocato sentimenti contrastanti: dall’entusiasmo che la realizzazione di un sogno porta con sé alla cieca avversione di coloro che aborriscono ogni cosa nuova vista come fonte di male.  Essa vede attualmente crescere questi sentimenti, in particolare da quando non promette più teorie universalizzanti e ammette la sua “relatività”. Effettivamente la scienza classica se non prometteva la felicità forniva delle garanzie al pensiero - eternità, totalità - che ormai sono decadute. Dopo Newton si è infranto definitivamente il grande sogno di una nuova visione del mondo  fornita dalla scienza; forse è proprio questa ulteriore  ferita narcisistica a provocare un rifiuto che dovrebbe invece trasformarsi in critica?
 
Jacques Monod, biologo e premio Nobel per la medicina, nel noto libro dal titolo Il caso e la necessità dà una spiegazione semplice e forse anche per questo affascinante per l’avversione e l’angoscia che la scienza ha suscitato e continua a suscitare. Alcune delle “umiliazioni narcisistiche” operate dalla scienza e prese in considerazione anche da Freud vengono riprese da questo autore: la prima, di ordine cosmologico, deriva dalla scoperta che la terra non è al centro dell’universo e il cosmo ordinato attorno all’uomo;  la seconda proviene dai risultati della biologia moderna che sono in contrasto con qualsiasi interpretazione antropomorfica dell’universo e della vita. Queste scoperte hanno minato radicalmente l’antropocentrismo, che si traduce nella credenza in un’alleanza animistica con la natura,  al quale gli umani non sanno definitivamente rinunciare. “Noi vogliamo essere necessari, inevitabili, ordinati da sempre. Tutte le religioni, quasi tutte le filosofie, perfino una parte della scienza, sono testimoni dell’instancabile, eroico sforzo dell’umanità che nega disperatamente la propria contingenza” scrive Monod, rendendo in maniera poetica uno degli aspetti peculiari degli umani, l’insistenza dell’onnipotenza infantile.
La “malattia dell’anima” intessuta d’angoscia che caratterizza il mondo moderno è dovuta, sempre secondo questo autore, alla mancata rinuncia all’alleanza animistica con la natura e alla credenza che tale natura sia proiettiva anziché oggettiva.  La cura per il male dell’anima - potremmo chiamarlo disagio della civiltà - è “semplice”: operare un taglio netto con l’onnipotenza infantile, accettare il fatto che l’uomo è solo uno “zingaro” ai margini dell’universo, ammettere fino in fondo che la natura non è fatta a nostra immagine e somiglianza ed è quindi oggettiva, non proiettiva. L’oggettività è d’altra parte l’unico postulato in base al quale l’uomo può scegliere un’etica della conoscenza che è anche accettazione del rischio che tale conoscenza comporta. Un’etica che non viene data dall’esterno ma che l’uomo adotta in maniera consapevole, assumendosi fino in fondo la responsabilità degli effetti del progresso scientifico.
Monod non sottolinea alcune questioni che la psicoanalisi non può trascurare e che Freud ha messo al centro della sua ricerca: l’onnipotenza infantile non muore mai del tutto e forse si devono proprio ad essa e alla curiosità che l’accompagna le grandi scoperte come le grandi opere d’arte. E anche se fosse possibile rinunciarvi coscientemente e definitivamente che cosa spingerebbe gli umani a darsi tanta pena, a continuare la loro ricerca per scoprire qualcosa che non sarà mai quella ricercata? Anche l’animismo è un residuo dell’infanzia dell’umanità che mostra ancora le sue tracce. Ed è proprio nei sogni che riaffiorano con maggiore evidenza queste caratteristiche infantili che solo se riconosciute e accolte possono diventare ricchezze anziché zavorre. Ciò che Monod non considera è propriamente questo: non ci possiamo sbarazzare della nostra infanzia personale e neppure di quella della nostra specie. E’ illusorio pensare di poter chiudere i conti una volta per tutte con aspetti che possono sembrare scomodi e limitanti ma che sono anche quelli che maggiormente spingono gli umani alla ricerca, in tutti i campi possibili. Ogni scoperta infatti ha origine dalla curiosità infantile che è curiosità sessuale. E Galileo ne sapeva qualcosa perché, già avanti con gli anni, per scrutare il cielo passava la maggior parte delle notti “più al sereno e al discoperto che in camera o al fuoco”.
Ciò che rende interessante questo libro, non recente ma attuale, è l’esigenza che si avverte di inserire la scienza nel più vasto ambito della cultura alla quale appartiene.  Ne consegue l’interesse per il “male dell’anima” e per la scelta di un’etica che elimini le cause che lo producono. Ma se il male dell’anima, che è l’equivalente del disagio della civiltà, cresce in proporzione alla civiltà stessa, come può la scienza, costruttrice e componente fondamentale di questa civiltà, eliminare il disagio?  
Messa in questi termini la questione sembra  non avere sbocchi o avere esiti disastrosi. Quando ci si trova costretti da un aut/aut la scelta risulta sempre riduttiva, in quanto deve sacrificare un aspetto a favore dell’altro; una modalità del pensiero occidentale che trova il suo culmine nella dialettica hegeliana ed è anche la causa della separazione e dell’opposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica. La prima  si occupa del particolare, la seconda dell’universale. La presenza di due o più possibilità non è un problema in sé, al contrario: lo diventa quando ha come conseguenza l’esclusione di uno dei termini in gioco. Per il dualismo freudiano pulsione di vita e pulsione di morte non si elidono ed è proprio nel loro intreccio che si snoda l’esistenza. Il principio di piacere si cela  nel principio di realtà e lo sostiene e il  processo primario e quello secondario che li caratterizzano operano entrambi. Anche inconscio e coscienza trovano modo di comunicare senza confondersi. Odio e amore, compagni del narcisismo e della scelta oggettuale, non si compensano e non cercano la quiete.
Il sogno è la testimonianza più completa e complessa del funzionamento psichico in quanto con il suo lavoro esprime  un conflitto e lo “risolve provvisoriamente”, aggirando la censura, attraverso l’appagamento allucinatorio del desiderio rimosso che lo origina. Scienza del conflitto potrebbe essere definita la psicoanalisi, tanto è centrale questo concetto nella teoria freudiana. Conoscere il conflitto, trovarne i motivi, gli sviluppi e le risorse è uno dei compiti dell’analisi personale. Leggere come interviene a determinare le relazioni e la vita collettiva in generale è un’esigenza e una necessità della teoria psicoanalitica. La psicoanalisi, per sua natura, non può isolarsi dalle altre discipline con le quali lavora all’interno della cultura. Consapevole della specificità del suo campo lo psicoanalista lavora in terra di confine, dunque in terra di relazioni.