La scienza secondo l’anoressia

Maria Concetta Pinto


La nuova società si baserà sulla valutazione realistica della potenzialità e della limitazione dell’uomo. L’uomo è una malformazione, una perversità della natura; e in questo consiste l’importanza degli esperimenti. Noi agiamo sulla base della struttura e la riplasmiamo. Liberiamo le forze produttive e controlliamo quelle distruttive. Noi sterminiamo ciò che è inferiore e incrementiamo ciò che è utile.

Dal film L’uovo del serpente, (1978), di Ingmar Bergman


“L’uomo è una malformazione” in quanto soggetto al limite mentre l’illusione dello scienziato presentato nel film vorrebbe valicare questo limite “prendendo” l’oggetto della ricerca attraverso il controllo visivo. La scena dello scienziato folle si conclude con il suo suicidio allo specchio mentre con gli occhi fuori dalle orbite scruta l’ultimo esperimento: la sua morte. In fondo il limite per eccellenza. Il visibile, su cui fa affidamento lo scienziato, è da sempre sinonimo di certezza, tanto che madre certa est, poiché è di visiva esperienza il fatto che il figlio esca dal suo ventre! Tuttavia la verità eccede il visibile e rende la realtà incerta. Il visibile procede anche dall’invisibile, che esiste e lo orienta portando, a volte, a una sorta di distorsione percettiva, fino all’allucinazione. Elemento indispensabile alla formazione dello psicoanalista è l’analisi personale, prima di tutto perché il futuro analista si accorga della differenza che lo abita. La psicoanalisi è una pratica che accoglie la verità inconscia dell’individuo e il sapere che ha raccolto e ha formulato come teoria viene da tale pratica.
Quello che il brano tratto da L’uovo del serpente esplicita in modo così vivo è un pregiudizio religioso sulla scienza. Una scienza onnipotente basata sul controllo, sulla gestione del limite e di ciò che questo limite dovrebbe delimitare: il bene e il male, ma potremmo anche pensare il conscio, più vicino all’illusione dell’autocontrollo, e l’inconscio, lontano dalle certezze e dalle garanzie. Il bene e il male sono sempre stati monopolio della religione. Per interi secoli essa ha trattenuto la pratica scientifica intorno ai suoi dogmi, facendo degli scienziati degli eretici.
Nel Medioevo l’esperienza religiosa ha profondamente influenzato la medicina. Anche il corpo, infatti, viene gestito rispetto alla suddivisione tra bene e male. Per la religione il corpo assume una grande importanza da morto. Mentre da vivo evoca l’impuro, da morto ha proprietà miracolose, di mediazione con Dio, con l’Eden, con la salvezza. Attraverso il “prodigio dell’odore”  del corpo defunto del santo “gli aromi celesti del paradiso filtrano sulla terra”  come afferma Piero Camporesi ne La carne impassibile. Il corpo morto avvicina l’uomo al sacro permettendo “contatti e colloqui coll’impossibile e coll’ultrasensibile” . Da questo frammento si deduce come valicare il limite non sia l’appannaggio dell’ultima ora della scienza attuale ma una tendenza radicata nell’uomo. Il corpo morto permette uno sconfinamento nell’onnipotenza che la rappresentazione del corpo scheletrico dell’anoressica continua a interpellare. In fondo l’anoressica vive ai limiti del vivibile, presa in una rappresentazione di morte. Ma di quale morte si tratta?
In modo simile alla religione, per la medicina del medioevo il corpo morto è fonte di beneficio per i vivi, ha delle proprietà curative e non importa che sia di un santo, anzi... Sempre in La carne impassibile leggiamo che “un «balsamo podagrico» si preparava dall’olio estratto dal cranio e dall’altre ossa di un uomo «fatto violentemente morire»” . Nonostante si tenga molto a separare il bene dal male sembra che non sia possibile l’esistenza dell’uno senza dell’altro. Ma al di là del modo in cui il corpo giunge alla morte la sua preziosità consiste nell’essere morto: un corpo morto che paradossalmente produce effetti benefici. C’è un aspetto vitale che trascende la rappresentazione mortifera. Qualcosa che a mio parere riguarda la pulsione di morte.
Lacan, ne L’etica della psicoanalisi, ribadisce che la pulsione di morte si colloca in ambito storico, per il soggetto, in quanto si articola in funzione della catena significante. Allo stesso tempo distingue tra principio di Nirvana o ritorno a uno stato di equilibrio universale, e pulsione di morte, cioè “volontà di distruzione diretta”. In pratica la pulsione di morte tende a distruggere per creare un campo vuoto, un punto di creazione ex nihilo. Lacan per spiegare la sua posizione dice: “Vi mostro la necessità di un punto di creazione ex nihilo da cui nasce ciò che è storico nella pulsione. In principio era il Verbo, il che vuol dire il significante. Senza il significante in principio, è impossibile articolare la pulsione come storica. E questo basta a introdurre la dimensione ex nihilo nella struttura del campo analitico” . Il problema è che occorre che ci sia vuoto per “dire” nel senso della costruzione - storica. Il pieno porta a un vociare confuso, alla povertà nella parola. Il dibattito televisivo ne è un esempio brillante. Davanti alle telecamere, e quindi a migliaia di persone, si fa scempio di ciò che più vale di se stessi raccontando i fatti propri – ricostruiti all’occasione. Occorre far vuoto per incontrare una parola “nuova” che indichi al parlante la sua posizione autentica.
Se nell’anoressia vi è una rappresentazione di morte questa riguarda per un verso l’economia pulsionale e per un altro la pulsione di morte, la ricerca di quel vuoto da cui cominciare a parlare. Ma se essa non ritrova una parola intorno al vuoto, la rappresentazione diventa mortifera.
La scienza medica attuale, che pure è partita dall’anatomia, dal sezionare le parti del corpo morto per poterne conoscere la struttura, in fondo non si occupa più del corpo morto poiché ciò che le interessa è il funzionamento in atto del vivo. Suoi obiettivi sono allora la visualizzazione e le registrazioni riferite al funzionamento (potenziali elettrici dei neuroni ecc.) delle cellule, cioè delle parti più piccole che compongono il corpo umano. Da una struttura corporea composta dagli organi si è passati alla struttura cellulare ed è stato sicuramente un passo importante per l’uomo.
Accanto ai passi che la scienza compie occorre considerare anche le fantasie che essa suscita per il semplice fatto che l’uomo si relazione all’oggetto tramite il fantasma. Non esiste una scienza buona e una scienza cattiva, facendo questo tipo di critica, ci si situa già nel fantasma – in questo caso per mettersi al riparo dal desiderio. Esiste un sapere scientifico e il modo con cui ci relazioniamo ad esso dipende dalla nostra elaborazione del fantasma. I pregiudizi che circolano rispetto alle varie scoperte scientifiche o le applicazioni che se ne fanno risentono dell’immaginario di chi è alle prese con queste scoperte. Risulta molto importante un clima culturale che permetta di articolare tale immaginario altrimenti la ricerca della certezza e della garanzia hanno il sopravvento. La scienza si trova, allora, costantemente tra il bene e il male, tra la ricerca del bene per l’uomo –  che non ha niente a che fare con il desiderio inconscio – e le cadute nelle sue applicazioni più nefaste – passaggio all’azione per la mancata ammissione e articolazione del desiderio.
Rivelatrice dell’immaginario che si produce intorno a innovazioni scientifiche è la fantascienza. La scienza getta luce e certezza sul sapere, la fantascienza, invece, ne coglie le zone d’ombra che la tendenza all’ortodossia, nella scienza, porta a rigettare. Così mentre la scienza dovrebbe occuparsi di incrementare ciò che è bene e utile, la fantascienza, partorita dalla fantasia degli scrittori, si occupa della parte oscura, privilegia lo sconosciuto, lasciandolo emergere tra le parole.
C’è un soggetto filmico che in qualche modo rimanda alla struttura cellulare dell’uomo: l’invasione degli ultracorpi. In questo filone ciò che si rende palese è una struttura cellulare: gli ultracorpi sono come cellule di un popolo-corpo. Unico scopo la sopravvivenza della specie. Non si differenziano tra di loro e non esiste un capo, l’esigenza d’insieme semmai fa da capo. Si riproducono in modo asessuato, per incorporazione dell’immagine dell’uomo ma si situano al di qua del corporeo e della sensibilità. Sono immagini sulla superficie di uno specchio, su un piano puramente visivo e non acustico. Da essi esce solo un urlo gutturale, primitivo segnale di pericolo mai articolato in parola. Prendono possesso di un simulacro ma non del mondo simbolico che costituisce il corpo umano.
In qualche modo L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, del 1956, film poi ripreso da vari registi, mette in evidenza un male del secolo: l’uomo sta diventando vuota immagine. La minaccia esiste e proviene da varie situazioni: dalla società dello spettacolo che mette tutto in scena abbattendo il limite tra vero e finzione; dalla logica del consumismo che sostituisce il bisogno da appagare al desiderio inconscio che invece mette in movimento l’uomo, lo mette al lavoro, crea la possibilità di un progetto, lo soggettivizza.
L’anoressia, dal canto suo, rigetta il mondo dei beni di consumo, mangia niente, rien, come dice Lacan, dove la radice etimologica di rien si trova anche nel latino rem che significa cosa. L’anoressia mangiando niente mira a mangiare la Cosa, l’oggetto interdetto del godimento assoluto, vuoto attorno a cui si tesse la rete dei significanti che costituiscono il soggetto, la sua storia, il suo mito individuale. Ma se per un verso essa custodisce questo luogo del godimento interdetto sul suo corpo, in un estremo tentativo di evitare la castrazione, per un altro verso mette in evidenza come l’uomo, in quanto umano, non possa vivere che a partire da quel vuoto da cui sorge il desiderio e intorno a cui la sua stessa esistenza si tesse tramite il linguaggio.
Per evitare il riempimento mortifero che propone il consumismo l’anoressia tiene il corpo in fame. Corpo che risulta allo stesso tempo infame. Infame è ciò che non è “fornito di (buona) fama” (Avviamento alla etimologia italiana di Giacomo Devoto). La fama dal lat. fari “parlare” indica di solito che di qualcosa si parla bene, ma uno può avere anche una cattiva fama. Si potrebbe ipotizzare che il termine fama è naturalmente accostato a buono perché parlare non è un bene ma cosa buona.
Il corpo dell’anoressica è infame in quanto nessuno ne ha parlato, l’ha tessuto con le parole. Nello stadio dello specchio la madre è stata insufficiente nella sua funzione costitutiva tramite il linguaggio: non ha dato parola all’Altro. C’è un bellissimo frammento da Occidentali disorientamenti. Il femminile nel viaggio intellettuale di Fabrizio Scarso dove l’autore traccia la differenza tra la funzione paterna e quella materna: “Se dunque il padre in quanto incertus è ammissibile soltanto per via di deduzione costringendo così il parlante alla legge simbolica che apre le porte a nuove operazioni intellettuali, potremmo ascrivere alla funzione materna il compito di primum movens affettivo nell’istigare alla narrazione, a quell’attitudine a occuparsi del mito del dischiudersi degli eventi, che inverte la disposizione del moderno all’obbligo della nostalgia” .
Oggi ci si dà un gran da fare a parlare di memoria storica, di eventi che non si devono dimenticare, ma la gente è sempre di fretta e non si accorge che la storia per l’uomo è prima di tutto la sua storia: la storia che l’ha messo al mondo.
Se una madre ammette il desiderio per quanto la riguarda, questo passa inter-detto, nella sua parola. Essa trasmette ai figli la possibilità della curiosità sessuale: da qui procede l’istigazione a occuparsi del mito delle origini. Nel caso dell’anoressia sembra che sia la funzione paterna sia quella materna siano insufficienti. L’anoressica in mancanza di un’ossatura simbolica si edifica sull’immagine del suo Io ideale, rispondendo al desiderio dei genitori di avere una figlia molto brava, ubbidiente, coscienziosa e incredibilmente autosufficiente. In effetti la maschera di autosufficienza ed efficienza non è segno di indipendenza ma il legame più profondo che è riuscita a stabilire con i genitori. Poi a un certo punto, nell’età in cui la sessualità richiama in modo violento alla relazione con l’Altro, si instaura il sintomo anoressico: la ragazza decide di tenere il suo corpo in fame. In fondo si è appena accorta che il suo corpo è infame. E non si può che restare colpiti dalle sue arti seduttive, da come essa susciti nell’altro curiosità e parola, una parola che finalmente la dica, che dia sostanza all’immagine trasparente del suo corpo.
La scienza secondo l’anoressia è scienza della tessitura, il lavoro del parlante che non sa da dove viene e non sa dove va, come un cieco che non ha altro riferimento delle parole che dice e che ascolta.