La pulsione non è un mito

A proposito del libro di Gérard Pommier, Comment les neurosciences démontrent la psychanalyse (Come le neuroscienze dimostrano la psicoanalisi), Flammarion, Paris, 2004.


La psicoanalisi non è una disciplina che si oppone alla scienza: psicoanalisi e scienza si iscrivono in un rapporto di reciprocità. Le scoperte del campo freudiano si arricchiscono delle scoperte del campo delle neuroscienze e viceversa. Una tale «apertura» è molto importante per la psicoanalisi: si chiarifica così, una volta per tutte, il malinteso che la annoverava fra le discipline che si occupano dell’occulto, del misticismo e della religione.
La pulsione, al tempo della sua scoperta, era considerata dal suo stesso inventore, Freud, come un mito: oggi non lo è più. La pulsione, al limite fra lo psichico e il somatico, è oramai un concetto verificato dalle neuroscienze.
Lacan definisce la pulsione come l’eco di una parola in un corpo: «il di dentro organico si modella a partire dal di fuori», spiega Gérard Pommier, per dire che tutto il bagaglio innato dell’essere umano si modifica a seconda di quello che gli rimanda il mondo esterno.
Le ricerche di Jean-Pierre Changeux et Antoine Danchin dimostrano che l’organizzazione del corpo umano cambia a seconda delle circostanze. Pommier scrive: l’«interazione del sistema nervoso e dell’ambiente esterno dimostra che l’organismo si costruisce in base alla sua attività e che, lontano dall’essere in una posizione primaria, il cervello non è solo dipendente dalla sensazione, ma anche dalla sua maniera di reagire. I neuroni presenti alla nascita degenerano se non sono utilizzati prima di una certa data limite» (pag.24). Questa degenererazione viene definita come fenomeno dell’«attrizione».
Durante l’apprendimento di una lingua, alcuni neuroni possono svilupparsi in funzione dei suoni ascoltati, invece per i suoni che non fanno parte di questa lingua si produce un’attrizione. Per esempio, gli adulti di lingua francese non saranno a loro agio a pronunciare, (anche se la sentono) la «r» forte e dura delle lingue latine come l’italiano e lo spagnolo, come gli italiani e gli spagnoli che, non avendo ascoltato durante l’infanzia i suoni nasali francesi, riusciranno a riprodurli con molta difficoltà. «Durante la fase dell’attrizione vocale […], la materialità dei suoni condiziona i neuroni: il tutto arriva come se il linguaggio strumentalizzasse i nervi e li facesse prosperare come l’esercizio sviluppa i muscoli» (pag.26). Questo dimostra l’importanza degli effetti del linguaggio sul corpo. È l’Altro che modella il corpo: il corpo non è un automa, una macchina indipendente, auto-organizzata — sogno presente fin dai tempi dell’antichità, come lo dimostra la filosofia di Aristotele.
Il paradosso deriva dal fatto che quello che determina, costringe un soggetto, il linguaggio, è allo stesso tempo lo strumento della sua «liberazione» progressiva nei confronti dell’Altro. Pommier sottolinea tutta l’importanza del passaggio dall’imitazione all’identificazione. All’inizio il neonato imita i suoni dell’adulto, suoni che non hanno nessun significato per lui, ma che rivelano il loro valore pulsionale: si tratta delle parole dell’Altro, pronunciate dall’Altro — l’Altro che ama e che vuole essere amato. Il neonato accetta così di mettersi al servizio dell’Altro, imitandolo. Le parole ripetute, permettono di far gioire il soggetto, che stipula così il suo legame-dipendenza con l’Altro. L’imitazione del suono delle parole costituisce il momento di oggettivazione del bambino, che si pone così in una fase passiva: le parole che dice non sono legate fra di loro dalle leggi della grammatica, leggi che permettono di dare un senso a ciò che si dice (una parola prende senso solamente se è legata ad un’altra), rimuovono il valore pulsionale delle parole, e permettono il legame sociale. Grazie all’uso della sintassi, il soggetto passa dalla posizione di oggetto desiderato a quella di soggetto desiderante: «il primo atto di questo soggetto, è di cercare di liberarsi dell’Altro parlando in prima persona, dicendo "io". Così facendo, rimuove il desiderio dell’Altro, che lo voleva come oggetto, come "lui". Il bambino passa così da "lui" a "io"» (pag.50). Per passare dall’imitazione all’identificazione, c’è bisogno di un nome, nome che non è solo dato dal padre, ma che deve essere preso, conquistato dal soggetto: la trasgressione della legge del padre è inseparabile dal suo assassinio fantasmatico. Il soggetto passa allora all’azione: deve saldare il debito a causa della sua identificazione al nome del padre. Parlare costa, e bisogna pagare.
Il centro di comando si trova al difuori del corpo: l’importanza della trasmissione ereditaria si relativizza dal momento che quest’ultima dipende dalla «cultura». Secondo Pommier «Le potenzialità dei geni restano lettera morta senza la parola» (pag. 67). «Il linguaggio umano, aggiunge l’autore, è nello stesso tempo la condizione dell’identificazione che permette l’apprendimento e un sistema di denotazione del mondo. Se una tale montatura è necessaria per mettere in attività il codice genetico, possiamo concludere che il linguaggio è uno strumento di informazione superiore a quello dei geni» (pag.74°).

Paul Broca isola le attività della parola nelle aree corticali di sinistra del cervello, in opposizione alle attività pulsionali situate a destra. Grazie alle osservazioni di Robert Sperry — osservazioni su alcuni soggetti i cui emisferi cerebrali sono stati separati chirurgicalmente —, si è potuto dimostrare che le attività che derivano dal lato del pulsionale si vettorializzano verso l’emisfero del linguaggio. Tutto quello che arriva a sinistra deve passare a destra per diventare cosciente, in altre parole, la coscienza non può che esistere che in stretto rapporto al linguaggio: «la doppia localizazione [emisfero di sinistra e emisfero di destra] procede dalla congiunzione disgiuntiva dell’incoscio pulsionale e del cosciente verbale» (pag.120). Il circuito pulsionale che va dal lobo sinistro al lobo destro, corrisponde alla rimozione della pulsione per mezzo della parola. Il lato destro è l’emisfero delle immagini, dei suoni, degli odori, di tutto cio’ che è dell’ordine del pulsionale, «travestito» in oggetto sensibile. Ogni sensazione è legata alla pulsione, la «sensazione pura» non esiste. Freud scriveva nel 1925 nell’articolo La denegazione: «non si tratta più di sapere se una parte di ciò che è percepito (una cosa) deve essere ammesso o no nell’io, ma se una parte dell’io, in quanto rappresentazione, può riscontrarsi all’interno della percezione (realtà). Come possiamo vedere è ancora una questione di dentro e fuori» Quello che ci riviene dal di fuori, non è altro che quello che abbiamo rigettato fuori dal di dentro (Austossung) durante la rimozione originaria: la significazione fallica del nostro corpo, la nostra identificazione al desiderio dell’Altro. Come difendersi allora dalla forza pulsionale e annichilente degli oggetti sensibili, gli oggetti della nostra percezione? La rimozione per mezzo del pensiero — grazie alla catena significante produttrice di senso —, ci protegge dal «troppo» pulsionale all’interno della sensazione: ogni percezione, per diventare cosciente, deve passare per il linguaggio. «Parlando ognuno dimentica man mano il troppo dell’essere del suo corpo, come il troppo d’essere di sensazioni che riflettono questo corpo. Ecco perché ogni sensazione si traduce automaticamente in pensiero: la significazione incestuosa, che rischiava di annientare il corpo, fila ormai, a tutta velocità sulle autostrade del pensiero. I neurotrasmettitori dell’uomo carburano grazie al nulla. Si troverà la traccia di una tale propulsione nel neurone? » (pag.145).
Esistono delle sensazioni che non passano attraveso la coscienza, come quelle che possono prodursi durante una seduta analitica… E naturalmente, le parole possono essere ambivalenti. Possono manifestare la loro forza pulsionale. I motti di spirito, i lapsus, gli errori di grammatica sono come delle «piattaforme girevoli» a cavallo fra la coscienza e l’inconscio, il linguaggio e la pulsione, l’emisfero di sinistra e quello di destra.
Stessa posizione incerta per le tracce dei ricordi delle esperienze vissute di un soggetto. «Il soggetto smista le sue sensazioni a seconda delle esperienze vissute» (pag.181), dice Pommier. «Il presente si abbiglia con il passato e la comprensione di quello che si percepisce al presente non necessita che di un minimo d’informazioni, alle quali si aggiungono i dati già memorizzati. Alcune connessioni con certi assemblaggi di neuroni differenti da quelli della percezione condizionano la coscienza. Riconosciamo le nostre percezioni tanto più che le percepiamo» (pag.176).
Ma il primo trauma — il corpo del bambino trasformato in simbolo fallico — sfugge alla simbolizzazione come pure alla memorizzazione: il suo mistero è troppo grande per la coscienza. In ogni nostra percezione del mondo esteriore dimora l’enigma del nostro primo incontro con l’Altro: ogni percezione rappresenta più che se stessa, come l’illustra Husserl nella teoria degli schizzi (Abschattungen), dove afferma la profonda incompletezza della donazione percettiva. L’impossibilità di memorizzare il primo simbolo genera la memorizzazione, e per memorizzare una sensazione ci vuole un soggetto. Eppure, non si può dire che ogni memorizzazione sia cosciente: come spiega Freud ne L’inconscio, la memoria cosciente deve essere distinta dalle tracce mnestiche nelle quali si fissano le esperienze vissute dell’inconscio. Già Aristote in Piccoli trattati di storia naturale, aveva sostenuto che «la parte della psiche alla quale appartiene la memoria è precisamente la stessa alla quale appartiene l’immaginazione», cioè il lobo destro del cervello. In realtà, la posizione delle tracce mnestiche —come delle formazioni dell’inconscio— è equivoca: le tracce mnestiche si trovano alla frontiera fra l’inconscio e la coscienza, posizione sicuramente importante per lo sviluppo del lavoro analitico. Una parte di quello che è stato immagazzinato nell’inconscio può affiorare alla coscienza (più spesso sotto forma di parola ma non esclusivamente), si trasforma in simbolo, simbolo che può acquisire importanza a seconda delle associazioni che produce, e che orienta in seguito il giudizio soggettivo. La percezione è contaminata dal simbolo — che contiene in lui tutta la potenza della pulsione —, così come la memoria cosciente è falsata dal giudizio che si forma dalla concatenazione dei simboli usciti dall’inconscio.
Coscienza e inconscio sono profondamente legati: la coscienza dipende dalla rimozione, il soggetto nasce quando la pulsione è rimossa a profitto della parola, che si associa ad altre parole e s’indirizza al suo simile, reale o immaginario. Il soggetto si presenta attraverso la tensione fra coscienza e inconscio, significante e pulsione: si tratta del soggetto diviso ($) di Lacan. Secondo Pommier, il soggetto occupa una posizione extraterritotiale, nozione che ricorda il soggetto trascendentale di matrice kantiana: «La scintilla che attiva la macchina scoppia al di fuori della macchina: essa risulta dalla differenza di potenziale che instaura la prossimità dei due corpi [l’area psichica pulsionale e l’area psichica de linguaggio]; ognuno dei due riflette l’altro, ma allo stesso tempo se ne distanzia. Questa differenza nell’uguale-a-sé-stesso (mêmeté) fa brillare la scintilla della soggettività […]» (p.156).
Il soggetto non è né corpo né parola, si tratta di un soggetto alienato, diviso a causa del godimento (jouissance).
Quando un soggetto non è diviso, cioè quando la sua jouissance non è barrata, limitata, la scienza puo’ intervenire. Certe molecole come l’halopéridol, possono bloccare i neurotrasmettitori della jouissance. Ma l’eccesso di jouissance non si scatena a livello di un supposto "centro di piacere", ma procede da un difetto del simbolico» (pag.16). Nel caso di soggetti psicotici, i neurolettici combattono il «troppo» di jouissance: un «troppo» che impedisce al soggetto di agire, di lavorare, di avere contatti con i suoi simili. Ovviamente i medicinali diminuiscono la sofferenza, ma spesso — come si vede negli ospedali psichiatrici — conducono verso una passività completa: il soggetto non scende più dal suo letto: assenza totale di ogni forma di azione, di desiderio. I medicinali non agiscono sulla causa ma sul mediatore, bloccano la jouissance e così l’angoscia, il delirio e le allucinazioni, ma la causa resta inesplorata. Non c’è nessuna ragione che la sofferenza scompaia definitivamente «la causa del dolore una volta addormentata si rifiuterà di parlare» (pag.362). Bisogna separare, anche se l’una non esclude l’altra, la cura dei medicinali dalla cura della parola.
La cura della parola rimette in azione il soggetto, grazie alla sua conquista del sapere incoscio, sapere che fino ad allora restava fissato nel sintomo. Un soggetto è in principio un soggetto che nega il proprio determinismo: prima era il sintomo che mostrava il rifiuto del soggetto a farsi oggetto del desiderio dell’Altro. Ora, grazie alla cura della parola, il soggetto può passare all’azione, azione che non è la risposta in negativo alla causalità che lo condiziona, ma cambiamento, sorpresa, imprevisto…Il desiderio non ha trovato la sua causa: la causa del desiderio non è situata da qualche parte, e il problema non è di ritrovarla. Si tratta invece di un desiderio senza causa, nel senso che la causa non è determinata in anticipo. E’ un desiderio inatteso, che può finalmente deragliare, uscire dal percorso che era stato stabilito per lui dall’Altro.

Silvia Lippi