La scienza fuorclude il soggetto?

di Antonello Sciacchitano


Non mi risulta – ma farei tesoro della smentita – che Jacques Lacan abbia mai parlato o scritto esplicitamente “du sujet forclos de la science”. Ha, invece, espresso formulazioni simili, per esempio nel seminario dell’11 marzo 1970, dove racconta come agli studenti dell’Ecole Normale, con cui nel 1965 discuteva del soggetto della scienza, abbia dimostrato che “les progrès de la logique mathématique avaient permis de réduire complètement – non pas de suturer, mais d’évaporer – le sujet de la science”.
Chi, forse per primo, – ma anche qui sono disposto ad accettare smentite – afferma categoricamente “qu’à travers le champ freudienne le sujet  forclos de la science fait retour dans l’impossible de son discours” è Jacques-Alain Miller. Lo  si legge nell’Eclaircissement, che chiude gli Ecrits di Lacan. Da allora – siamo nel 1966 – il concetto di fuorclusione – rispettivamente del Nome del padre nella psicosi e del soggetto nella scienza – prese piede in molte scuole lacaniane, anche quelle tra loro maggiormente rivali, quasi fosse un denominatore comune transassociativo.
Perché?
Credo di sapere la risposta. Per presentarla a questo Congresso, ritengo opportuno contestualizzarla all’interno di un’analisi archeologica – nel senso foucaultiano del termine – della  dottrina lacaniana. Poiché in questo lavoro, che sto conducendo insieme a filosofi di estrazione fenomenologica, sono ancora agli inizi, mi limito a esporre l’ipotesi di partenza e alcuni dati di sostegno. Naturalmente sono interessato a confutazioni che possono venirmi da questo Congresso.

L’ipotesi su cui lavoro è che il “sistema di pensiero” lacaniano, come lo chiama Elisabeth Roudinesco, sia un sistema fenomenologico. Non sono ancora in grado di offrire la ricostruzione completa della biografia intellettuale del maestro che giustifichi a pieno questa tesi. Segnalo solo tre momenti dell’evoluzione del sistema di pensiero di Lacan, che considero come spie del suo impianto fenomenologico: lo stadio dello specchio (1936), l’esperimento del bouquet renversé (1954) e la teoria dello sguardo, connessa all’oggetto anamorfico (1964). Anche se non entro nei dettagli, segnalo solo che il fattore comune a questi tre stadi di sviluppo del sistema di pensiero lacaniano è lo sguardo, elemento principe di ogni analisi fenomenologica, in particolare francese. È, in sequenza, lo sguardo dell’altro sull’io nello stadio dello specchio; è lo sguardo che cerca l’oggetto invisibile nell’esperienza  di Boasse; è lo sguardo dell’oggetto sul soggetto nel Seminario XI. I riferimenti d’obbligo sono a Sartre (L’essere e il nulla, 1943), Merleau-Ponty (Il visibile e l’invisibile, 1959), Foucault (Nascita della clinica, 1963). Non entro nei particolari dei riferimenti dotti, non perché non abbia nulla da dire a proposito dello sguardo in psicanalisi e in particolare nella dottrina di Lacan – tornerò alla fine su questo punto a proposito della seconda componente del sistema di pensiero lacaniano, quella medica e psichiatrica – ma perché il tema della mia comunicazione non è lo sguardo ma la posizione di Lacan nei confronti della scienza.

Se è  vero che l’assetto del pensiero di Lacan è fenomenologico, sarà anche vero che tale pensiero eredita tutti i pregiudizi della fenomenologia nei confronti della scienza.
Quali sono questi pregiudizi?
Il più netto e spregiudicato è quello di Heidegger: “La scienza non pensa”, espresso nelle prime pagine di Cosa significa pensare (1954). Heidegger sarebbe stato sicuramente d’accordo con la tesi qui in discussione che la scienza fuorclude il soggetto. Tanto che in Italia circola il luogo comune che il lacanismo sia stato pesantemente influenzato da Heidegger e che Lacan vada considerato come filosofo heideggeriano. Non credo che lo si possa affermare senza ulteriori distinguo, considerate le note posizioni controontologiche di Lacan. Qui, però, voglio considerare altri pregiudizi antiscientifici, tipici della fenomenologia, espressi in modo più sfumato da Husserl nella Crisi delle scienze europee degli anni Trenta, perché mi sembrano più pertinenti al tema.

Non dimentichiamo che Husserl esordisce sulla scena internazionale proprio alla Sorbona, nell’anfiteatro Descartes, con i Discorsi parigini del 23 e 25 febbraio1929. Ha 70 anni e propone la rifondazione delle scienze in un’unità razionale promossa dalla fenomenologia. La fenomenologia husserliana riprende il cogito e lo rende trascendentale. L’operazione si chiama epoche e produce il soggetto trascendentale. Grazie ad essa Husserl reintroduce nella considerazione scientifica il soggetto, che il positivismo aveva fuorcluso dall’immagine che promuoveva di scienza: una scienza convenzionalmente oggettiva, cioè indipendente da qualunque intenzione soggettiva, quantitativa, fondata sulla misura e ultimamente incontrovertibile. Husserl sospende tutte le false certezze del positivismo e ritrova cartesianamente il soggetto. (Ma è un dialogo tra sordi. Nessuno dei due filosofi, né il fenomenologo né il positivista, hanno esperienza diretta, ossia di laboratorio, della pratica scientifica. Entrambi teorizzano una scienza immaginaria, in gran parte idealizzata e inesistente). Il ritrovamento fenomenologico del soggetto, spacciato per vera scienza, è tuttavia vacuo, perché il soggetto della scienza non si era mai dileguato, era già lì da sempre presso gli strumenti del proprio laboratorio, dai tempi in cui aveva chiuso l’enciclopedia fantastica di Aristotele. Solo il positivismo dei Comte, degli Spencer e soprattutto dei Mach non lo vedeva, perché quegli pseudoscienziati avevano trasformato la scienza in metafisica.
Anche Lacan, da fenomenologo qual è, riparte da Cartesio e ritrova il soggetto della scienza. L’errore di Lacan non è originale, è della fenomenologia. La quale, a furia di contestare per le migliori ragioni e con le migliori intenzioni il positivismo, arriva a pensare che la scienza fuorcluda il soggetto. Come ogni fenomenologo anche Lacan cade in errore, perché della scienza conosce solo la falsa immagine data dal positivismo. Non conosce né la scienza di prima mano né la storia della scienza fatta dai Galilei e dai Boltzmann, che  pagarono di persona, il primo con l’onore e il secondo con la vita, il diritto di costruire l’edificio della scienza. “La logica matematica fa evaporare il soggetto”. Come può Lacan sostenere una sciocchezza simile? Con Gödel la matematica dimostra la propria essenziale incompletezza, mettendo il soggetto alla prova di sempre nuove dimostrazioni. In tutta la sua lunga vita Gauss produsse ben quattro diverse dimostrazioni del teorema fondamentale dell’algebra. Di ognuna era insoddisfatto, perché in ciascuna di esse rimaneva un residuo topologico insolubile. Non  fu lavoro del soggetto della scienza il suo? Che produsse altro lavoro scientifico proprio in topologia attraverso l’allievo Riemann. Ma non è questo il criterio di verità freudiano? Una costruzione in analisi è vera se fa affiorare altro materiale inconscio. La scienza funziona allo stesso modo. Fa affiorare nuove teorie che superano le vecchie.

Resta un’ultima considerazione da fare sulla e – ormai è chiaro – “contro” la  nozione di fuorclusione, ed è che essa è una nozione medica, precisamente eziologica. La fuorclusione serve a Lacan per proporre un’eziologia della psicosi. Nella psicosi sarebbe fuorcluso dal registro simbolico il Nome del Padre come nello scorbuto è fuorcluso dall’organismo l’acido ascorbico. Da medico qual era, Lacan parlava sempre di cause, pur avvertendo che in tale nozione qualcosa non funzionava (cfr. il seminario del 22 gennaio 1964). Parlava di causalità psichica, di verità come causa, di oggetto causa del desiderio. La nozione di causa è prescientifica. Nella scienza attuale non si parla di causa ma di interazioni. Si parlava di causa nella scienza ingenua di Aristotele, che certa fenomenologia di seconda mano ama far rivivere attraverso nozioni ambigue come gli Erlebnisse e il Lebenswelt.  Se la psicanalisi è scientifica, come preconizzava Freud, agli psicanalisti converrebbe far decadere il discorso della causa e con essa, se volessero dirsi ancora lacaniani, la nozione di fuorclusione. Sarebbe un buon modo per resistere di meno alla scienza, quindi alla psicanalisi.